È doveroso iniziare questo articolo con una premessa.

Non sono a favore della violenza sulle donne, non sono un maschilista e ripudio ogni forma di violenza, di sopraffazione e di controllo nei rapporti fra esseri umani, di qualsiasi natura essi siano. La tesi che ho deciso di sostenere in questo articolo riguarda il meccanismo ambiguo, e a volte contraddittorio, fra la violenza subita e la denuncia da parte delle vittime, che arriva molto spesso tanti, forse troppi, anni dopo. Sto parlando, ovviamente, del caso Weinstein (ve ne abbiamo parlato qui) e di tutte le conseguenze che esso ha comportato.

Facciamo un passo indietro. È il 5 ottobre del 2017, esattamente un mese fa, quando scoppia lo scandalo delle molestie sulle colonne del celebre quotidiano americano New York Times. Rose Arianna McGowan (la Paige Matthews della serie TV Streghe) e Ashley Judd sono le prime due voci del mondo dello spettacolo a scagliarsi contro il potente produttore di Hollywood Harvey Weinstein: l’inizio di un terremoto che, a distanza di un mese, sta facendo tremare le fondamenta non solo del tempio del cinema, ma anche di quello della politica e del giornalismo, attaccati duramente a colpi di interviste, tweet e di hashtag. È infatti l’hashtag, ormai diventato celebre in tutto il mondo, #metoo, tradotto in Italia con #quellavoltache, il protagonista di questa vicenda che non finisce di creare imbarazzi, aprire indagini e, nel peggiore dei casi, provocare dimissioni di esponenti importanti del mondo dello showbiz e della politica.

Harvey Weinstein, al centro dello scandalo sulle molestie sessuali a Hollywood
Fonte: latimes.com

Mira Sorvino, Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, Lena Headey (la regina Cercei Lannister di Games of Thrones), la nostra connazionale Asia Argento, fino alla più recente (ma sicuramente non l’ultima) Paz de la Huerta sono solo alcuni dei nomi delle star che hanno mosso le proprie accuse nei confronti dell’“orco” Weinstein. A queste vanno ad aggiungersi anche le voci degli uomini, vittime di molestie da parte del premio Oscar Kevin Spacey, finito anche lui in quest’ultimi giorni nel mirino degli scandali sessuali, perché accusato di molestie, prima dall’attore di Star Trek, Anthony Rapp, riguardo ad un episodio che risale a 30 anni fa, quando l’attore aveva solamente 14 anni, e poi dal messicano Robert Cavazos, che lo accusa di averlo palpeggiato quando era direttore artistico del teatro londinese Old Vic.

Kevin Spacey, anche lui accusato di molestie sessuali, al centro degli scandali in questi giorni
Fonte: thedailybeast.com

A poco sono servite le scuse della star di House of Cards e un coming out tardivo (e piuttosto imbarazzante, vista la situazione) in un post sul suo profilo Facebook: l’International Academy of Television Arts and Sciences è stata intransigente e ha deciso di revocare l’Emmy vinto da Spacey; Netflix, intanto, ha sospeso “fino a nuovo ordine” le riprese della sesta stagione di House of Cards. Ma l’incubo per il premio Oscar non finisce qui, nuove accuse di molestie sono infatti seguite alle prime, in un turbine distruttivo che sembra non risparmiare più nessuno. Stavolta sono otto dipendenti della produzione di House of Cards a puntare il dito contro Spacey, parlando di un clima “tossico” creato dalle continue avance del “Presidente Frank Underwood” televisivo sui giovani maschi della troupe.

Pubblicato da Kevin Spacey su Domenica 29 ottobre 2017

Ma la lista degli “orchi” di Hollywood sembra allungarsi giorno dopo giorno e su di essa compaiono anche nomi del calibro di Dustin Hoffman, che però afferma di non ricordare i fatti che gli vengono imputati, e Alec Baldwin, che ha ammesso di “aver fatto il bullo” con le donne; per non parlare, poi, di tutti quegli attori, produttori o registi che, seppur a conoscenza di questo “mondo sommerso”, hanno preferito tacere per non avere problemi con i pezzi grossi dell’industria cinematografica. Hollywood è quindi la vittima più colpita dall’ “uragano Weinstein”, con una densità di casi simili solo allo scandalo della pedofilia che si abbatté sulla chiesa cattolica nel 2001. Ma il tornado non sembra voler arrestare la sua corsa e si sposta velocemente su Francia, Austria e Gran Bretagna. Dopo attrici, medici, poliziotte e consulenti finanziarie, tocca ora alla politica.

Marine Le Pen, leader del Front National
Fonte: independent.co.uk

Numerose donne del Front National hanno rivelato a Le Monde di essere “vittime di aggressioni e minacce da parte di componenti del partito”, sotto la totale indifferenza della loro leader, Marine Le Pen. Tra i nomi citati spicca quello di Axel Loustau, consigliere regionale Fn e vicino a Marine Le Pen. Lo scandalo su presunti abusi sessuali ha coinvolto deputati di tutti i partiti nel Regno Unito e portato alle dimissioni del ministro della Difesa, Michael Fallon, la scorsa settimana. Negli ultimi giorni, invece, è stato sospeso il deputato del partito conservatore britannico Charlie Elphicke, 46 anni, dopo le “gravi accuse” a suo carico “che sono state sottoposte alla polizia”. Si è aperto un fronte anche in Austria, dove Peter Pilz, ex capo dei Verdi, adesso leader della Pilz list che ha ottenuto quattro seggi alle ultime elezioni, si è dimesso da leader del suo gruppo dopo le accuse di molestie sessuali mosse nei suoi confronti da una giovane donna rilasciate al settimanale Falter e risalenti al 2013.

Anche le donne che durante la campagna elettorale hanno accusato Donald Trump di molestie aumentano le possibilità di essere prese sul serio ora che lo scandalo arriva a lambire anche i palazzi della politica americana, del giornalismo (oggi sul banco degli imputati si trova David Corn di Mother Jones) e di Capitol Hill, dove una senatrice e altre tre ex parlamentari hanno descritto all’Associated Press un clima di pressioni sessuali da parte dei colleghi di Capitol Hill. Mentre in Kentucky lo speaker della Camera Jeff Hoover ha davanti a sè un futuro incerto dopo aver patteggiato le accuse che gli aveva fatto una persona del suo staff. Perfino le Nazioni Unite sono state interessate dagli scandali, con ben 31 casi di denunce rese note ieri dal portavoce Stephane Dujarric che non riguardano solo i peacekeepers ma anche il personale delle agenzie dell’Onu.

Queste sono tutte le notizie di cui oggi disponiamo sullo scandalo delle molestie che sta investendo tutto il mondo e tutti gli ambiti. Ma ci sono alcuni lati oscuri, o meglio, zone d’ombra, di tutta questa faccenda che meritano di essere indagate e portate alla luce. Partirei dal caso emblematico di Asia Argento, l’attrice italiana, figlia del celebre regista Dario Argento.

Asia Argento immortalata al Festival di Cannes nel 2013
Copyright: foto di Depoilly Alpaca Andia / IPA

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta del New Yorker in cui ha denunciato di essere stata violentata da Harvey Weinstein, la diva aveva deciso di rimanere in silenzio. Ma le polemiche che l’hanno travolta, mettendo in dubbio la veridicità della sua testimonianza, l’hanno convinta a tornare a parlare.

 «Cercare di ricostruire quello che è successo vent’anni fa è stato difficilissimo, credetemi. Mi sono messa in gioco in prima persona e ho fatto in modo che anche altre donne potessero parlare»

racconta in esclusiva l’attrice a Il Secolo XIX.

Alla domanda “Perché ha deciso di rivelare questa storia a distanza di tanti anni?” (che un po’ tutti avremmo voluto farle) risponde: «Non sono l’unica che ha deciso di parlare adesso. Hanno parlato tutte ora. “Perché non avete parlato prima?”, ci chiedono. Perché Harvey Weinstein era il terzo uomo più potente di Hollywood. Ora è diventato il duecentesimo e il suo potere e la sua influenza si sono sensibilmente ridotti».

La sua testimonianza, come quella di altre centinaia di donne, parla di soprusi, meccanismi di controllo e di potere sulla figura femminile, che prevede la sua sottomissione, la sua muta obbedienza e l’uso del suo corpo per soddisfare l’uomo che poi, forse, le assegnerà un ruolo di primo piano nell’ultimo film prodotto. Un meccanismo fin troppo noto al mondo dello spettacolo e ai palazzi del potere che ora sta emergendo in tutto il suo squallore mediatico, lasciando intravedere la vera faccia di una società profondamente maschilista e malata.

Arrivati a questo punto, il vero dilemma che mi affligge è questo: è davvero tutta colpa degli uomini, questi esseri brutti, sporchi e cattivi, che costringono le donne, vittime innocenti e ingenue, a prestare il loro corpo in cambio di un lavoro? Oppure (sia chiaro, non parlo di tutte, perché ogni caso è diverso dall’altro) alcune di queste donne hanno in qualche modo acconsentito, magari tacitamente, magari consapevolmente, a consumare rapporti sessuali con i diretti interessati, perché interessate alla propria carriera professionale o ad ottenere un posto di rilievo in televisione, in Parlamento o sul grande schermo? I giornali, i talk-show e il mondo perbenista e laccato dell’alta società sembrano indurci a pensare che sia tutta colpa degli sporchi “orchi” molestatori e se qualcuno prova anche solo ad esprimere un parere diverso dal coro viene immediatamente etichettato come “maschilista”, “misogino” o, peggio, uno di loro.

Ma le cose stanno veramente così?

Le donne sono solamente delle vittime impaurite e indifese che ora hanno finalmente trovato il coraggio di far sentire la loro voce, perché “imbavagliate” o inascoltate per troppo tempo, oppure alcune di queste donne sono semplicemente più furbe di altre e hanno sfruttato la loro prestanza fisica e il loro aspetto estetico per ottenere promozioni, favori e scatti di carriera? Non si può far di tutta l’erba un fascio e si deve tener presente che le condizioni socio-culturali delle donne 20, 30 anni  fa, erano sicuramente differenti e più difficili per loro che adesso. Ma questo può giustificare un silenzio così lungo e così assordante? È vero che il coraggio di alcune in questi giorni ha aiutato molte altre a farsi avanti e a denunciare i tanti “orchi” disseminati in tutto il mondo, ma il rovescio della medaglia è altrettanto inquietante: queste donne, che ora sono attrici, dive o personaggi pubblici affermati e rispettati, hanno taciuto (per convenienza o per paura?) per decenni riguardo a questi abusi e soprusi, permettendo che questi “mostri”continuassero ad operare indisturbati e, soprattutto, costruendosi nel frattempo carriere brillanti e patrimoni milionari.

Che questo sia ancora un mondo profondamente maschilista e che le donne debbano fare ancora tanta strada per far valere i propri diritti, affinché vengano equiparati a quelli degli uomini, è innegabile; ma allo stesso modo non si può negare che molte di queste donne abbiano sfruttato questa situazione per farsi strada nel mondo dello spettacolo e della politica, preferendo tacere per anni e non combattere, come la maggior parte di loro, per l’affermazione dei propri diritti e per un lavoro dignitoso, senza dover scendere a compromessi imbarazzanti.

Le donne di quell’ambiente che possano affermare con fermezza di aver rifiutato avances e proposte indecenti da parte degli uomini per ottenere una parte o un posto di lavoro, e camminare quindi a testa alta per questo, sono poche, ma ce ne servirebbero molte di più, per dare una vera scossa a questo mondo marcio fin dalle sue fondamenta.

Ivanka Trump mentre pronuncia il suo discorso in favore delle donne alla World Assembly for Women a Tokyo.
Copyright: REUTERS/Eugene Hoshiko/Pool

E non può essere, dal mio punto di vista, un esempio per le donne, la tanto chiacchierata Ivanka Trump, figlia e consigliera del presidente americano Trump, che due giorni fa è intervenuta durante l’Assemblea per le donne a Tokyo per denunciare gli abusi sessuali sulle donne e auspicare una parità di diritti e di condizioni fra sesso maschile e femminile.

“Quando le donne raggiungeranno i loro pieni poteri, molti problemi del mondo saranno risolti”

ha tuonato la giovane imprenditrice al convegno.

Appare molto determinata, sicura di sé, convincente (lo sarà stata anche con il padre, accusato di molestie durante la campagna elettorale e considerato non di certo un progressista? ), ma con un cognome forse troppo grande da portare su di sé, un cognome in grado di oscurare e contraddire tutti i suoi buoni propositi.
Può Ivanka Trump, figlia di Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti d’America, modella, imprenditrice di successo e una fra le venti donne più potenti del mondo (secondo Forbes) raffigurarsi come paladina dei diritti delle donne e risultare credibile?

A voi la risposta.