Citando lo scrittore e diplomatico francese Chateaubriand, Flaubert – dopo aver letto le bozze di un racconto che de Maupassant gli aveva sottoposto – sentenziò che il talento non è altro che una lunga pazienza. Parole queste destinate a esercitare nel tempo una decisiva influenza sull’autore di “Bel Ami”, il quale mai cessò di inseguire un indefettibile modello di scrittura.

De Maupassant, nel corso della sua breve ma intensa carriera letteraria, ebbe modo di misurarsi con i maggiori intellettuali dell’epoca: da Zola a de Goncourt, da Turgenev a Dumas. Un confronto che sortì un duplice effetto: lo galvanizzò, spronandolo a fare sempre meglio per non essere surclassato; lo scoraggiò quando sentiva di non essere all’altezza della concorrenza e delle sfide a essa sottese. E l’unica via per non uscire sconfitto dai rispettivi duelli che finiva per ingaggiare con il rivale di turno era proprio quella di esercitare, con scadenza quotidiana, il talento letterario che il destino gli aveva arriso: ma occorreva un’incorruttibile pazienza perché quel dono fosse valorizzato e non sciupato. Quando Flaubert, un giorno, accondiscese a ricevere de Maupassant che si presentò con altre bozze di racconti perché venissero vagliati, affidò al giovane e ambizioso scrittore una triplice consegna: lavorate! lavorate! lavorate!

Ma de Maupassant ben sapeva che per sfondare nella società delle lettere il talento, per quanto diligentemente coltivato, non era sufficiente: occorreva anche sfacciataggine, mancanza di scrupoli, bieco cinismo, perversa capacità di manipolare i sentimenti altrui. Un repertorio che non era nelle sue corde, ma che sarebbe stato invece sfoggiato da Georges Duroy, il protagonista del suo capolavoro, “Bel Ami”.

Autografo prezioso di “Bel Ami” (1885) firmato da Guy de Maupassant: “Per Leon Hennique, suo amico”