Sobrio e austero, votato alla solitudine e alla contemplazione, preferibilmente solcando i mari, Joseph Conrad nutriva una forte antipatia per gli scrittori assurti a fama letteraria per aver denunciato, attraverso le loro opere, i mali del mondo presente con atteggiamento cattedratico e paternalistico e, al contempo, per aver predicato con pari sussiego i canoni di un mondo futuro che si vuole, ingenuamente, perfetto. Si scagliava insomma contro quella “dimensione retorica” che se giovava alla gloria delle lettere, non risultava altrettanto redditizia sul piano pragmatico ai fini di un rinnovamento concreto della società. Nella sua lista nera spicca un nome d’eccezione, Dostoevskij, definito dallo scrittore polacco naturalizzato britannico “una creatura ghignante e afflitta da indomabili ossessioni”. Per Conrad “I fratelli Karamazov” erano “un libro terribilmente cattivo, nonché esasperante”. E “leggerlo – sottolineava – mi fa l’effetto di sentire urla selvagge che arrivano fino a me dalla preistoria”. Quando, un giorno, ebbe tra le mani “L’idiota” ebbe ad esclamare: “Ecco un titolo perfetto per la biografia di Dostoevski!” e allorché gli fu chiesto un parere su “Delitto e castigo”, rispose che se “invece di essere lungo più di quattrocento pagine si fosse limitato a cinquanta, il libro non sarebbe stato da scartare”.

Spesso bersagliato dalla critica per il suo cupo pessimismo, considerato refrattario alla prospettiva di qualsivoglia palingenesi, Conrad, alquanto risentito per questo giudizio “dolorosamente lontano dal vero”, aveva – per sua stessa ammissione – alcuni “sassolini” nella scarpa che bramava togliere. E decise quindi di scagliarli contro una delle icone letterarie più venerate per scuotere “le polverose certezze” della critica benpensante, che troppo tempo aveva fatto passare prima di apprezzare in tutto il suo valore l’eroismo di Lord Jim, la creatura per eccellenza nata dalla sua penna.