di Gabriele Nicolò

Il seguente contributo inaugura “Minimalia”, la rubrica che intende offrire al lettore chicche letterarie e culturali da tesaurizzare e da spendere in società.

“Siamo nell’età dell’oro della procrastinazione cronica”: tale dichiarazione, che ha il sapore di un monito intriso di una vena allarmistica, è di Piers Steel, titolare della cattedra di Risorse umane all’università di Calgary. E’ infatti un monito che intende fustigare l’imperante attuale tendenza a rimandare a domani ciò che si potrebbe, e peggio, dovrebbe fare oggi. Ma è una tendenza che, visti i precedenti illustri che in un lontano passato l’hanno incarnata, sembra attraversare il tempo e non conoscere tramonto.

Come non pensare dunque al “pallore” della volontà lamentato da Amleto, che continua a procrastinare la vendetta, dopo l’uccisione del padre, nonostante il fantasma di quest’ultimo lo esorti all’azione. Shakespeare viene in aiuto al principe di Danimarca fornendo una ragione di eterna attualità al suo tentennare. “La ragione – sentenzia – ci fa codardi tutti”.

Dalla finzione, sebbene suprema, alla realtà pragmatica. Ecco allora imporsi Victor Hugo, che tendeva sistematicamente a rinviare la stesura delle pagine dei suoi ponderosi romanzi preferendo passeggiate  lunghe e corroboranti: per vincere tale tentazione, pare si spogliasse di tutte le sue vesti (affidate poi la maggiordomo) rimanendo così a casa nudo. A quel punto doveva scrivere per forza, non potendo uscire.

E prima di lui, anche se adottò misure meno estreme, vi fu Demostene. Ogni mattina, tramandano i suoi contemporanei, era solito radersi una sola guancia per avere un aspetto che avrebbe sicuramente suscitato l’ilarità, se non lo scherno, della gente: in questo modo era costretto a rimanere entro le mura domestiche per preparare e perfezionare le sue orazioni. E solo dopo aver eseguito il “labor limae”, assicurava al suo viso una rasatura completa e tradizionale.

Illustrazione di ©Elisa2B