Si sottoponeva a diete ferree e rigorose lord Byron per conservare la linea: non avrebbe potuto tollerare che il suo corpo atletico, rinvigorito quotidianamente da estenuanti esercizi, mostrasse le pecche inflitte dalle ingiurie del tempo. In una missiva scriveva: “Ho perso otto chili negli ultimi tempi usando ogni mezzo. Mi vedo troppo grasso. Voglio pesare 70 chili, non di più. E sono disposto anche a digiunare per giorni interi”.

Insomma il poeta inglese, figura di spicco del secondo Romanticismo anglosassone insieme a Keats e a Shelley, bramava che la bellezza, al cui immortale valore era devoto, non rifulgesse solo dai suoi versi, ma anche dal suo fisico. A colazione s’imponeva sei biscotti, non uno di più. E il giorno che trasgredì questa regola aurea autoimposta, si scagliò contro se stesso definendosi un uomo dalla “volontà flaccida”. E pensare che Byron era noto anche per le sue sontuose feste, caratterizzate da banchetti imbanditi con ogni genere di preziosità culinarie. Ma lui non mangiava: lo faceva fare agli ospiti, spesso fingendo un’indisposizione che lo giustificava dall’astenersi da quelle delizie. Ricorse anche al fumo come strumento per spazzare via ogni vestigia di appetito: pur nella consapevolezza che l’abuso del sigaro gli avrebbe minato la salute. Ma del resto, il poeta era così innamorato della sua bellezza – celebrata all’epoca anche con un lungo stuolo di dipinti e incisioni – che ogni notte si metteva i bigodini per tenere la piega dei suoi ricci. Di cui si faceva vanto, per sua stessa ammissione, come “una ragazza di sedici anni” che scalpita per fare il suo debutto in società.

Lord Byron ritratto da Henry Pierce Bone, 1837