Nacque a Firenze, nella piazza di Santa Croce, la sindrome di Stendhal. Dopo aver visitato l’omonima basilica, lo scrittore francese uscì e cominciò a camminare. Ma subito si arrestò, invaso da sintomi paralizzanti: tachicardia, vertigini e allucinazioni. È lui stesso a ricordare e a suggellare, nel suo diario di viaggio, quella epifanica esperienza: “Ero già in una sorta di estasi all’idea di trovarmi a Firenze. Assorbito nella contemplazione della bellezza sublime, la vedevo da vicino, la toccavo per così dire. Ero giunto a quel livello di emozione, dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalla arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un tuffo al cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”.

La basilica di Santa Croce a Firenze

Da allora il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte venne incapsulato nella formula, destinata ad avere crescente fortuna nel tempo, “la sindrome di Stendhal”: non sempre, tuttavia, per indicare ammirato stupore e commossa gratitudine per il genio umano e per i capolavori da esso sgorgati. Come sta a testimoniare quel malessere, antitetico a quello provato da Stendhal, che invase Mark Twain di fronte all’“Ultima cena” di Leonardo da Vinci. Un malessere determinato dalle “bruttezze” dell’arte.

In una lettera del 1869, lo scrittore statunitense annotava: “Si può percorrere un miglio di gallerie d’arte e fissare stupidamente orribili, antichi incubi, e tentare di trovare un certo entusiasmo, che però non arriva”. E a proposito del capolavoro leonardesco, così chiosava: “Il più celebre dipinto del mondo non è altro che un lamentevole relitto”. Valutazione che non può che chiamare in causa quella massima imperitura, coniata da un critico d’arte francese, in cui si esprime la solidarietà a tutti i quadri appesi nei musei, i quali “più di ogni altra cosa al mondo sentono dire stupidaggini”.

L’ultima cena di Leonardo, 1498. Fonte: Wikipedia.it

 

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