Era il primo giorno di scuola di suo figlio e Abramo Lincoln, timoroso che da quel giorno potesse ricevere un’educazione inadeguata ad affrontare le sfide del mondo, decise di giocare d’anticipo e scrisse una lettera all’insegnante.

Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti, colui che, nel 1865, pose fine alla schiavitù con la ratifica del tredicesimo emendamento della Costituzione, era un convinto fautore del fondamentale ruolo che la scuola è chiamata svolgere per il bene della società. E al maestro che il giorno dopo avrebbe cominciato a curare la formazione di suo figlio, Lincoln raccomanda di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere. “Gli insegni – scrive – che per ogni nemico c’è un amico, e che per ogni farabutto c’è un eroe”. Il figlio dovrà imparare che dieci centesimi guadagnati valgono molto di più che un dollaro trovato, come pure sarà chiamato a capire che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci “grandezza nell’insuccesso” e “disperazione nel successo”.

Cominciare la scuola significa intraprendere un’avventura che potrebbe portare il discente ad attraversare continenti: un’avventura che, ammette Lincoln, probabilmente comprenderà guerre, tragedie e dolore. Si tratta di uno scenario che, per quanto buio e pieno di incognite, conserva in sé sempre un barlume di luce. Che va saputo cogliere, aiutati anche da quel meraviglioso dono che sono i libri. E l’ultima raccomandazione consegnata da Lincoln al maestro investe la fede che suo figlio dovrà sempre nutrire – a dispetto di delusioni cocenti e di sogni infranti – nel genere umano e in Dio. Al maestro il compito, o meglio la missione, di alimentare la fiamma di questa fede, perché mai si spenga, dovesse anche infuriare, inclemente, il vento del male e dell’ingiustizia.

Daniel Chester, scultura (1915-1922 ca.) di Abraham Lincoln al Lincoln memorial di Washington DC. — Photo © Bernard Annebicque/CORBIS SYGMA