Era notte e nonostante la pioggia battente e il freddo pungente, Alessandro Manzoni – debilitato a causa della malattia – uscì di casa e si diresse con passo deciso allo stabile adibito a sede editoriale dove stava per essere stampata la versione definitiva dei “Promessi sposi”. Si era appena coricato quando un dubbio, da lui avvertito come tremendo, lo assalì: aveva collocato al posto giusto una virgola in una frase del colloquio tra l’Innominato e Lucia? A tale dubbio ne subentrò un altro, altrettanto corrosivo: ma quella virgola l’aveva messa oppure no? Insomma, urgeva quanto prima controllare e poco importava, dunque, avere riguardo in quel momento sia per la sua salute sia per l’editore che abitava sopra il suo ufficio e che, molto probabilmente, a quell’ora tarda stava dormendo. Dovette bussare più volte all’uscio per farsi aprire. L’editore, sebbene allibito per quanto stava accadendo, non osò fare rimostranze: anzi, alla fine, espresse commossa ammirazione per un uomo che, a dispetto della malattia, aveva dimostrato attraverso quel gesto un senso del dovere e una severità riguardo a se stesso e alla sua opera davvero fuori dal comune. La virgola, per onore di cronaca, era stata messa al posto giusto. Quella severità, prova di un anelito mai domo alla perfezione stilistica, era il classico strumento con il quale Manzoni misurava il livello di qualità non solo della sua opera, ma anche di quella degli altri. E così, quando lo stesso editore successivamente gli sottopose due sonetti composti da due giovani aspiranti poeti che bramavano l’approvazione e il plauso dello scrittore di fama, Manzoni, una volta che ebbe finito di leggere il primo, sentenziò con corrosivo sarcasmo: “Meglio il secondo!”.

Il ritratto di Alessandro Manzoni eseguito dal pittore Francesco Hayez nel 1841 e conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano