Non correva buon sangue tra Molière e i medici. O meglio, era il grande commediografo francese a dettare i ritmi del duello, serbando ed esacerbando nell’animo un pervicace sentimento di avversione contro i rappresentanti della categoria, da lui canzonati in quanto “ciarlatani e impostori”. Basta scorrere alcuni dei titoli delle sue commedie (a parte i contenuti, certamente non meno teneri e conciliatori) per capire la caustica ironia cui attingeva la sua penna d’oca e con cui tratteggiava la figura del cerusico: “Il medico volante”, (1645), “Il dottore innamorato” (1658), “L’amore medico” (1665), “Il medico per forza” (1666), “Il malato immaginario” (1673).

Ma qual era l’origine di tale e tanto accanito risentimento? Minato dalla tubercolosi, Molière, che fu anche attore delle sue commedie (ebbe un collasso mentre recitava, la sera del 17 febbraio 1673, “Il malato immaginario”, e morì poco dopo tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa) si era rivolto a più di un medico con la speranza che almeno uno di loro gli prescrivesse la giusta cura per sconfiggere il male: ma nessuno, come amaramente annota nelle pagine del suo diario, fu all’altezza della situazione. E la cronica sfiducia nei confronti dei dottori ben si specchia in quanto accaduto un giorno, quando il servitore entrò nella stanza di Molière – a letto ammalato – per annunciargli che sull’uscio c’era un medico – ignaro delle sue critiche condizioni di salute – il quale desiderava tributargli una visita di cortesia. Invece di cogliere la preziosa e fortunata opportunità di valersi di un parere competente (almeno sulla carta), viste le circostanze, il commediografo parlando da sotto le lenzuola, con voce al contempo soffocata e perentoria, redarguì il basito servitore dicendo : “Ma proprio oggi un medico! Digli che non posso riceverlo perché non mi sento troppo bene”.

“Il malato immaginario” di Molière con la regia di Andrée Ruth Shammah (2017)