Si specchia in Diogene di Sinope il disprezzo per gli onori, falsi e di circostanza, e per la ricchezza. Come testimonia il suo incontro con Alessandro Magno, raccontato da Plutarco (e non solo).

Mentre era a Corinto, il re di Macedonia – che in soli dodici anni conquistò l’intero impero persiano e che sui suoi soldati esercitava un eccezionale carisma – fu omaggiato con spirito di venerazione da un lungo stuolo di politici e filosofi eminenti. Fuori dal coro si pose, appunto, Diogene, che preferì starsene da solo, nella riflessione e in un dignitoso ozio, nel sobborgo di Craneion. Punto nell’orgoglio, Alessandro, che conosceva Diogene di fama, decise “obtorto collo” di recarsi da lui: lo trovò disteso che si crogiolava al sole. Accortosi di una presenza, il filosofo aprì gli occhi e poi li fissò in quelli di Alessandro. E quando il monarca, dopo averlo salutato, gli chiese se volesse qualcosa, Diogene rispose: “Si, una cosa la voglio, che ti sposti dal mio sole”. All’udire tale frase, i soldati rimasero basiti, ed ebbero quasi l’istinto di vendicare il proprio capo, non trattato con il dovuto riguardo. Ma a quel punto il re di Macedonia non fu da meno di Diogene, perché dichiarò – inghiottendo il rospo con compostezza e signorilità – che se non fosse stato Alessandro, avrebbe voluto essere Diogene. Tale aneddoto era destinato a lasciare, nella storia della letteratura, una forte impronta: vi attinsero, tra gli altri, Cicerone, Seneca, Shakespeare, Fielding, tutti accomunati dall’intento di celebrare il valore dell’umiltà che con disarmante coraggio riesce a spogliare la grandezza ostentata, purificandola, di orpelli e lustrini.

Gaetano Gandolfi, Diogene e Alessandro (1792)