La classica rivalità tra il tè (l’ultimo contributo della rubrica era ad esso dedicato) e il caffè si misura anche sul versante letterario e culturale. Le due nobili bevande, infatti, si contendono, sul filo di lana, il primato di citazioni e apprezzamenti.

Thomas Stearns Eliot diceva, nel fare il bilancio della sua esistenza, di aver vissuto al ritmo dei “cucchiaini di caffè”, mentre Rimbaud, in uno dei suoi versi melodiosi, scriveva: “Divino caffè il cui gusto rimane tutto il giorno in bocca”. Forma e sostanza, nell’elogiare il caffè, si fondono perfettamente in Voltaire il qualche confessava, senza ambagi, di bere “quaranta caffè al giorno”. A chi osava chiedergli il perché di questo uso, o meglio di questo abuso, il filosofo rispondeva con condiscendenza: “Bevo tutti questi caffè per pensare a come poter combattere meglio i tiranni e gli imbecilli”.

E il cinico Talleyrand, freddo e impassibile nel tessere le tele diplomatiche, cedeva al sentimento quando si trattava di discettare sul caffè, che, secondo il principe del camaleontismo, deve essere “caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore”.
E alla magia di questo liquido s’inchinava persino Napoleone, il quale soleva dire che “il caffè forte mi provoca un bruciore, un dolore non privo di piacere, ma amo soffrire piuttosto che non soffrire”.

Ma spicca, fuori da un coro così illustre, una voce altrettanto insigne: quella di Agatha Christie, che si lamentava di come veniva fatto il caffè nel Regno Unito. “Ogni volta sembra un esperimento chimico” sentenziava, con rassegnazione venata di ironia, la regina del giallo.

Illustrazione di ©Elisa2B