Torno a scrivere qui seduto al freddo di una stazione. Come mesi fa lontano da casa, aspetto un treno che non si decide a passare.

Eppure mi sentivo così a casa. 

Heimat.

 

 

C’è questa parola introducibile in tedesco che vuole indicare il posto in cui ci sente a casa.

Il termine porta in sé una certa venatura nostalgica. Come a suggerire che quel posto ormai non esiste più.  

Un luogo, sì, ma potrebbe benissimo essere un pensiero, un sentimento, un’utopia. La memoria di una melodia. Un letto familiare.

 

Ho lasciato dei pezzi di me negli angoli del mondo, non sicuro poi di ritrovarli intatti.

 García Márquez diceva che nessuno può davvero rubarti gli attimi che hai già vissuto.

Forse è davvero così ma non ho mai pensato che essi possano svanire, diventare sfocati.

Forse li ho persi per trovarne degli altri.

 

Vedo questi pezzi di mondo tra le pieghe della mia pelle, nell’incavo del mio collo. Forse questo sono davvero io?

 

Questa è casa, ma non mi appartiene. Non l’ho cercata, assemblata, costruita, fatta mia.

Ho bisogno di uscire. Ho bisogno di capire. 

La città si muove veloce ma io penso che andrò controcorrente.  È tempo di fermarsi, fotografare le rovine. Di ricostruire dalle fondamenta.