Il qui sottoscritto, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali (o almeno è quello che crede) lascia un segno, una testimonianza. Un’eco del suo spirito. È un testamento libero, a chi voglia o possa leggere.

A chi sta lì seduto. O sdraiato. Che sia su un letto, una sedia o un divano. Che rancoroso passa in rassegna le vite degli altri, inventando castelli di carta A4 80gr per alzarsi dal pantano della sua miseria. Sono castelli che non stanno in piedi, che volano via al prima accenno di vento. Castelli da distruggere, da fare in mille pezzi.

In fondo lo diceva anche Picasso, che il primo atto di creazione è un atto di distruzione. Ed è anche quello più divertente.

 

Poi inizia la salita. C’è da armarsi di pazienza, c’è del sangue da versare, lavoro da fare. Tutto da perdere.

Senza andare veloce, ma con passo lento e regolare attraversare la via dell’inferno, tra la perduta gente.

Guardandosi dal fidarsi di chi sta a guardare, di chi prende senza dare. Di chi dà senza spiegare e ruba a pancia piena. Guardandosi da tutto e da tutti, dal tempo che scorre, dalla pelle che invecchia.

 

 

Il mio testamento sarà immateriale. Una manciata di pixel nello spazio infinito del World Wide Web. Ma forse è per me prima che per gli altri. 

Un testamento, perché ho bisogno di ricordare. Di ciò che sono tramite quello che ho fatto.

Diventi più vecchio, più stanco. Cominci a fermarti a guardare i cantieri in costruzione. Ma tu sei il solo a cancellare le impronte dei tuoi piedi.  Allora che aspetti? Non startene lì. Non guardarmi. Non pensare.

Lanciati a 100 all’ora nel buio della notte. Forse troverai una luce ad accoglierti. Forse no.

E va bene così.

 

 

Copyright foto © Alessio De Santis