Era tempo che non scrivevo così di gusto, tempo che mi sembrava di non aver niente da dire. Difficile farlo quando fuori dalla finestra è tutto in bianco e nero, con Chet Baker che suona in sottofondo.

Ma oggi sono uscito per il mondo, mente ricettiva e camera in mano, e qualcosa mi ha colpito. Che sia stata la sua bellezza, la sua complessità, la sua opulenza o le possibilità che si spiegavano davanti a me, io non lo so.

Fatto sta che mi ha colpito. Non un pugno nello stomaco, ma una pioggia leggera e incessante. Di quelle che non appena rientri a casa, ti ritrovi bagnato senza neanche accorgertene.

Attraverso una piazza, entro in una sala e ancora in un’altra. Davanti a me i quaderni di Simone Weil. Sedici quaderni fitti di appunti, annotazioni, memorie, formule.

Quaderni fitti di parole, senza vie d’uscita, ma neanche d’entrata. Senza un ordine apparente, ma di una logica schiacciante. Un documentare incessante, creativo, brillante.

Sfoglio questi quaderni e penso che se non voglio perdermi il presente devo trovare un modo per catturarlo, stringerlo tra le catene (il)logiche delle parole.

Perché la vita segue un ritmo tutto suo. Sincopato, eterno e disarmonico. E seguirlo significa perdersi tra i suoi corridoi.

E nonostante questo, c’è sempre quell’armonia. Un’armonia che si sente solo dalla distanza. 

E capisco come non si possa vedere un percorso se non dall’alto e sperare che la bussola funzioni nonostante sia difettosa. 

E capisco come il presente abbia solo senso se guardato all’indietro. Unendo i puntini.

Ci accade di tutto e tutto insieme, lasciandoci senza respiro. Forse non ha più senso cercare un senso.

Di tempo per unire i puntini comunque ce ne sarà sempre.

 

 

Foto di proprietà di © Alessio De Santis