Che la mattinata del 5 marzo 2018 non sarebbe stata facile, era abbastanza prevedibile: svegliarsi il giorno dopo le elezioni, in Italia, non lo è mai.

C’e di buono, questa volta, che gli americani ci sono nuovamente venuti in soccorso (di nuovo, dopo il 1945) affiancando alla notte buia della politica italiana quella luccicante degli Oscar: ed è a questa che oggi conviene pensare.

Gli Oscar 2018 sono stati Oscar di livello molto alto. Lo dicono le nove pellicole in corsa per il miglior film, fra cui la nostra (un po’ sopravvalutata, a mio avviso) pellicola di Luca Guadagnino, impeccabile a livello stilistico (un grande omaggio al realismo italiano, ed in quanto tale squisitamente italiana) meno a livello empatico, di dialoghi e di sostanza.

Il trionfo è stato quello meritato di The Shape of Water (miglior film e migliore regia per Del Toro) di cui qui sotto troverete la recensione: è la rivincita del fantasy, e ci restituisce una visione degli Oscar 2018 come elogio delle minoranze e dei singoli individui in lotta con un sistema antagonista più grande di loro.

Mentre Sally Hawckins lotta contro  il potere politico russo-americano nel film vincente, Frances McDormand (meritato Oscar come migliore attrice) protesta contro lo Stato, reo di non averle dato ascolto e giustizia. Gli innamorati di Call me By Your Name (migliore sceneggiatura non originale) sfidano pregiudizi e omofobia, stessa sorte per Greta Gerwig nel poetico Lady Bird che si scaglia contro un percorso di vita scelto per lei da altri. E non dimentichiamoci di Winston Churchill (con un Oscar a Gary Oldman migliore attore protagonista), eroica istituzione contro l’invasione nazista, tematica che troviamo al centro anche  di Dunkirk.

C’è un nemico sociale/politico da battere in ogni pellicola candidata, e questo la dice lunga su quanto gli Oscar siano lo specchio della società e dei drammi attuali.

Al netto delle divisioni sul proprio film preferito, su una cosa siamo tutti d’accordo: è l’arte, ancora una volta a vincere su tutto.

 

LA RECENSIONE DI “THE SHAPE OF WATER”

Che l’acqua sia un tema particolarmente sentito all’interno della comunità artistica contemporanea, non lo scopriamo certo con The Shape of Water. Si pensi all’intero lavoro portato avanti da Damien Hirst, ma non solo: una buona dozzina di opere presenti all’ultima biennale di Venezia facevano dell’acqua, tema tornato di nuovo al centro della riflessione artistica 2500 anni dopo Talete, il loro elemento portante.

Guillermo Del Toro, personalità evidentemente sensibile all’attuale mondo artistico, coglie lo spunto dedicando a questa tematica non solo il titolo, ma anche tutta la sua decima fatica.

Elemento centrale della natura umana, intesa nella sua più primitiva forma, l’acqua gioca qui allo stesso tempo il ruolo di elemento oppositore (all’artefatto sistema politico umano, rappresentato benissimo dalla contrapposizione russo-americana ai tempi della guerra fredda) e di profondo richiamo, quasi ancestrale, alle istanze profonde della natura umana.

Del Toro, da dietro una cinepresa mai troppo lontana dai protagonisti, costruisce sapientemente tutto il tessuto narrativo della vicenda intorno a questo elemento, che col passare dei minuti diventa sempre più presente e preponderante (quasi invasivo) nel racconto: con un crescendo che inzupppa letteralmente i protagonisti, l’acqua è una vera e propria forza dirompente che sveste i personaggi da tutte le loro maschere, lasciandoli soli e nudi di fronte alle loro peculiarità, positive e negative che siano.

È infatti nell’acqua che Elisa Esposito, la protagonista muta del racconto interpretata da una eccellente Sally Hawckins, trova prima sé stessa, e poi il contatto con l’alterità; e non stupisce che questo avvenga proprio nel bagno, luogo centrale del racconto. Stanza volutamente più brutta della casa, il bagno diventa metafora di quell’angolo di personalità non accettata che la protagonista tenta inizialmente di celare agli occhi del mondo.

Un angolo che non a caso si tramuta da teatro di privati gesti masturbatori a vero e proprio palcoscenico del trionfo della condivisione sentimentale.

Ed è sempre nell’acqua che l’altra faccia della medaglia dell’umanità, rappresentata perfettamente da un quantomai cinico colonnello Strickland, perde piano piano se stessa, prima cercando di pulire le dita incancrenite dai delitti che compie (un richiamo a Lady Macbeth?), e poi annegandoci pastiglie antidolorifiche, quasi a voler rimuovere il male dalla propria coscienza.

The Shape of Water è dunque un film meraviglioso,  in grado di celare tanti temi senza tuttavia lasciare la copertina ad alcuno di essi: non c’è, dunque, solo l’acqua come elemento primitivo dove l’essere umano (e non!) trova se stesso, ma anche, ad esempio, la comunicazione. Riprendendo la stessa chiave di lettura del “The Arrival” di Villeneuve, Del Toro, con modalità decisamente più incisive, ci ricorda come l’efficienza della comunicazione non è proporzionale al numero di parole dette, quanto piuttosto alla capacità di trasmettere concetti e  sentimenti al di là del comportamento verbale, anche quando un codice comunicativo condiviso non esiste.

È così che la comunicazione assente nelle alte sfere dell’establishment russo- americano (un piccolo capolavoro la scena del colonnello Strickland che si innervosisce di fronte alla sua incapacità di comprendere il linguaggio della protagonista, di contro inorgoglita dall’esclusività del suo linguaggio) si contrappone a quella efficiente fra entità che, almeno in linea teorica, per comunicare non ne hanno gli strumenti: i muti e gli esseri “non umani”.

The Shape of Water è infine uno straordinario inno a tutte le minoranze, uniche figure a portare avanti le istanze di un mondo sempre meno orientato alla comprensione delle emozioni: Muti, Omosessuali, Donne, Animali, Neri.  Del Toro rende omaggio a tutte le categorie vittima di discriminazione. E lo fa appellandosi al cinema, sempre presente, in tutti gli schermi che si rincorrono nella storia, e nella sala sottostante l’appartamento, laddove le emozioni filtrano sempre, anche in questo caso, sottoforma di acqua.

Che il mondo ci allaghi, in fretta.