di Simone Tarca

Quando ho iniziato a studiare fotografia, da autodidatta, la prima cosa che ho cercato è il significato di questa parola: disegnare con la luce.
Mi è stato insegnato che la fotografia è una rappresentazione di ciò che vediamo, e mi è stato suggerito di concentrarmi su un genere fotografico così da farlo mio.
Da quasi cinque anni a questa parte probabilmente non ho seguito nessuna di quelle regole.
La fotografia per me non è altro che una sottrazione; la vita, la realtà, è un continuum ben definito da leggi matematiche e fisiche, la fotografia è un centoventicinquesimo di secondo strappato alla realtà.
La fotografia è ferma, per quanto si possa esporre una pellicola per decine e decine di secondi, quella foto, sarà racchiusa nel suo intervallo temporale.
Per questo il mio approccio logico alla fotografia è sempre stato collegato a questa sottrazione, io guardo il mondo che mi circonda, ed in una frazione di secondo posso sottrarre a quella realtà unicamente uno scatto, posso sceglierne la durata, l’inquadratura, ma posso comunque sottrarre solamente quella parte dal mondo che mi circonda.
La mia fotografia di viaggio inizia come ricerca, ricerca di soggetti, animati e non, che mi esprimessero qualcosa, ma si realizza nella manifestazione stessa di questi soggetti. Io non cerco le foto, loro sono lì, sono la realtà, e il mio occhio va a cercare quel minimo indispensabile da sottrarvi, per raccontare quel momento ad uno spettatore esterno.

Fondamentale per la mia crescita personale, come fotografo, è stato un viaggio in Olanda nel 2016.
Mi ero prefissato l’obiettivo di realizzare un reportage, basato sulle persone e sulle geometrie.
Penso che il miglior modo per farmi capire sia quello di mostrarvi gli scatti che ho realizzato.

 

Nella città di Maastricht ho trovato casa, sono rimasto lì per un periodo abbastanza lungo da capire quanto questa città sia antica e ricca di persone che lavorano in edifici veramente splendidi.
Non so di preciso cosa stesse facendo quest’uomo, ma ho deciso di racchiuderlo in questa cornice, mentre svolge indisturbatamente il suo lavoro.

E’ normale, in Olanda, vedere ragazzi, studenti, musicisti, appollaiati sulle finestre delle loro stanze. Questa ragazza che ho immortalato è la causa scatenante che mi ha fatto comprendere perché molti olandesi amano stare proprio lì a leggere un libro oppure ad ascoltare musica. Mentre la osservavo, infatti, cercando lo scatto perfetto, una signora, accorgendosi che non ero un locale, mi ferma, e mi spiega questa usanza alquanto bizzarra.

Arrivato a Liege, che in realtà è in Belgio, ma è molto vicina, mi aspettavo di vedere persone completamente diverse, e invece questa graziosa cittadina ha smontato tutte le mie credenze sul Belgio. Mi sono ritrovato circondato da ragazzi di colore e ragazzi arabi; probabilmente in questa città l’immigrazione è stata molto radicale, non saprei, in ogni caso ho voluto raccontarla attraverso la figura di un bambino, probabilmente belga, che gioca nella stazione, mentre mi limitavo ad aspettare il mio treno di ritorno.