Il pubblico desidera tornare a visitare mostre e musei. Le lunghe code di fronte a Palazzo Ducale di Venezia e agli Uffizi di Firenze (con il loro nuovo account Tik Tok) ne sono una testimonianza.

Lo conferma lo scrittore Robert Bound in un articolo della rivista britannica Monocle: “Ciò che il virtuale non farà mai sarà soddisfare l’idea di possesso”.

Abbiamo infatti necessità di “possedere” anche le esperienze e, come nei rapporti personali, non ci si accontenta di farlo attraverso uno schermo. 

Le sole immagini delle opere d’arte non offrono di fatto all’essere umano lo stesso piacere che queste suscitano se vissute dal vivo. Motivo per cui, nonostante l’aspetto innovativo, ritrovare il Bacio di Klimt in uno dei musei virtuali di Google Arts and Culture non sarà mai come vederlo esposto al Belvedere di Vienna.

Klimt Belvedere Vienna

Il Bacio di Gustav Klimt al Museo Belvedere, Vienna. Foto di Elena Sulmona

Le istituzioni culturali si sono dovute aprire a ulteriori possibilità per sostenere le perdite economiche e far fronte alle conseguenze derivanti dai mesi trascorsi, promuovendo tour virtuali e iniziative online. Serve però adesso cercare un espediente per avvicinare un maggior numero di persone, anche le più distanti dalle realtà museali. Ora è questa la vera sfida, e il museo “social” può rivelarsi vantaggioso.

Il nuovo museo

Nel 1999 il teorico americano Stephen Weil dichiarò come i musei si sarebbero dovuti trasformare dall’essere qualcosa all’essere per qualcuno. Da allora, questi hanno cambiato profondamente il loro modo di interagire con il pubblico, anche grazie al contributo di internet e dei social media. 

Abbracciando questa idea, la sociologa Lynda Kelly ha elaborato, nel 2012, una serie di linee guida per i musei, al fine di rispondere alle esigenze dettate dai cambiamenti del ventunesimo secolo. Questi venivano incentivati a produrre contenuti su diverse piattaforme, così come ad essere maggiormente flessibili nell’offrire esperienze, andando oltre il fine educativo. Erano inoltre incoraggiati a diventare degli storyteller, e a raccontarsi con una narrativa adatta a molteplici letture. 

La sua visione mirava, in sintesi, a indirizzare contenuti a un pubblico più ampio

Nell’era del digitale il museo si fa social

Durante i mesi scorsi, tali indicazioni sono però state dirottate per necessità nella dimensione virtuale. Le piattaforme digitali di cui gran parte delle realtà culturali si serve ormai da tempo, hanno infatti permesso a queste di operare al di fuori del loro spazio fisico, essere socialmente impegnate, e mantenere così un legame con le persone.

Pagina Instagram MAXXI

Pagina Instagram del museo MAXXI. Fonte: pagina Instagram @museomaxxi

Se utilizzato in modo intelligente, il digitale può dunque rivelarsi uno strumento utile per coinvolgere un pubblico più ampio online, e incentivare in seguito una maggiore partecipazione “offline”

In una realtà come quella dei social network quali Instagram, i musei dovrebbero pertanto “alzare la voce” per fare la differenza. Questi, in un mare magnum di contenuti condivisi da chiunque, hanno infatti la possibilità di affermare la propria identità e ottenere riconoscimento da parte di un audience più ampio. E potrebbero farlo seguendo una strategia basata su una comunicazione pensata e originale, che favorisca un avvicinamento alla community online.

Le iniziative social

Alcuni eventi in particolare sembrano confermare quanto detto in precedenza. 

Nel 2014 il Metropolitan Museum of Art di New York ha collaborato con il fotografo Dave Krugman, dando vita all’iniziativa Empty MET per promuovere la pagina del museo. 

Coinvolgendo una serie di instagrammer influenti, i followers del MET erano infatti passati in breve tempo da 4.000 a più di 180.000. Questi influencer, scattando alcune fotografie dopo l’orario di chiusura e postandole sui propri profili, avevano portato i loro stessi fan sulla pagina del museo.

Iniziativa MET Museum - musei

Il Metropolitan Museum of Art di New York durante l’iniziativa #EmptyMET. © Dave Krugman

Una strategia diversa è stata utilizzata dal Louvre, che nel 2018 ha dato la possibilità a Beyoncé e Jay-Z di girare un videoclip per il loro brano musicale Apeshit all’interno del museo. L’occasione offerta ai due cantanti ha in breve tempo risvegliato il dibattito riguardo la democratizzazione dell’arte. Ma il conseguente aumento del numero di visitatori non può essere trascurato.

In questi mesi, per coinvolgere il pubblico in prima persona, il Getty Museum di Los Angeles ha lanciato una challenge incentivando l’imitazione delle proprie opere d’arte, e condividendo poi le fotografie sulla propria pagina Instagram.

Getty Museum Challenge - Musei

Una foto della challenge lanciata dal Getty Museum di Los Angeles. Fonte: pagina Instagram @gettymuseum

In conclusione, seppure ingressi ridotti o del tutto gratuiti, come quelli promossi rispettivamente dagli Uffizi e dall’Accademia di Brera, servano da incoraggiamento per molti visitatori, il trend positivo portato dalle “iniziative social” non può passare inosservato.

Il coinvolgimento della community online tramite la promozione di contenuti consistenti può infatti dimostrarsi efficace, in tempi di crisi, per dare voce alla realtà culturale. 

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