di Paola Viscatale

Ogni volta che Chiara Ferragni entra in un museo si scatena un putiferio.

La questione non si presenta affatto semplice, bisogna tenere conto di una moltitudine di fattori e delle opinioni di ogni categoria di persona munite di tastiera o di smartphone. Sintetizzando al massimo, le fazioni si dividono in chi apprezza che la nota influencer si stia a suo modo prodigando per attirare l’attenzione sul mondo dell’arte, chi invece l’attacca senza mezzi termini, avvalorando la tesi che il suo contributo sia dannoso e degradante per il nostro patrimonio artistico. Tra le righe di queste due fazioni ci sono una miriade di persone che, non avendo la minima capacità di competenza o di giudizio, si limitano semplicemente a lanciare opinioni gratuite… tanto per parlare.

Si dice che quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito. Ci si focalizza sul punto sbagliato e non si osserva ciò che effettivamente dovrebbe essere degno di attenzione. L’ultima fazione in campo è quella che ha centrato in pieno il senso della questione e si fa portavoce di un diversa chiave di lettura della vicenda.

Le questioni aperte

La prima cosa di cui prendere atto è che Chiara Ferragni e gli altri influencer costituiscono una categoria professionale che non ha ancora una precisa identità e non si riesce ancora a capire in quali parametri debbano rientrare.

La seconda constatazione riguarda il post della Galleria degli Uffizi che non presenta nessuna informazione sullo shooting della Ferragni (una campagna di Vogue per il Made in Italy o per sensibilizzare contro il body shaming?). Una volta che questa gara di pettegolezzi e dibattiti da parrucchiere sarà terminata resterà di fondo il problema più grande che non è relativo all’influencer o al cantante che utilizzano come proprio set un sito culturale ma che non esiste, al momento, una comunicazione adeguata al mondo dei beni culturali.

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Come comunicare al meglio i nostri capolavori?

È di sicuro molto difficile stabilire i giusti parametri per comunicare l’arte antica nel modo più giusto poiché essa non fa parte del nostro vissuto ma di qualcosa che, provenendo da lontano, acquista per noi un valore sacro e non profanabile. Seguendo questo ragionamento risuona meno scandaloso applicare delle campagne di comunicazione all’arte contemporanea.

Per cercare di ricavare qualcosa di costruttivo da tutte le polemiche che ci sono state e che ci saranno in futuro, bisognerebbe iniziare a ragionare sul modo migliore per comunicare i nostri capolavori. Dato che la maggior parte di essi rientra in una giurisdizione statale, l’iniziativa dovrebbe essere presa dal settore pubblico ma se lo Stato non può provvedere in prima persona potrebbe avvalersi della consulenza di giovani figure professionali che si stanno formando autonomamente. Queste nuove professionalità sono dotate di notevole sensibilità sulla materia acquisita tramite formazione universitaria in campo artistico ed arricchita da approfondimenti ed esperienze in ambito di comunicazione  e marketing sui social.

Siamo in un Paese di conservatori accaniti e la Cultura è uno dei settori meno propensi al cambiamento in cui è radicata la concezione che per tutelare un bene bisogna renderlo asettico e inarrivabile. Sarà necessario un notevole sforzo di apertura mentale da parte delle istituzioni e dei critici più scettici per comprendere che questo atteggiamento è ormai anacronistico.

Occorre iniziare al più presto un percorso in cui la presentazione delle opere, dei siti d’arte o l’eventuale presenza di un determinato personaggio pubblico non siano lasciate al caso ma curate secondo una strategia adeguata e professionale mirata alla valorizzazione del bene. Attuare una comunicazione rispettosa, una strategia di marketing adeguata potrà solo portare benefici alla migliore percezione del nostro patrimonio culturale.

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