Esistono almeno due profili teorici in grado d’imprimere carattere ad un viaggio di studi: il primo riflette l’idea di un approccio totalmente libero, una sorta di palinsesto di conoscenze che occorre cancellare per essere pronti a riscriverne di nuove, scaturigine di una visione diretta e priva di mediazioni; il secondo profilo, al contrario, si fonda su un’accurata conoscenza preliminare densa di interrogativi che solo la visione diretta permette di sciogliere. Ora, alcune opere ed alcuni autori non si possono non conoscere: abitano l’immaginario di chiunque, per fama e per naturali trascorsi scolastici. E sono pochi coloro che potrebbero sottrarsi a quest’influenza che fa parte del vissuto.

Ad esempio, nel caso di Michelangelo, chi non ha mai sentito parlare del David e chi, anche di sfuggita, non lo abbia mai visto in un’immagine? Così, trovandosi per la prima volta di fronte a quest’opera celeberrima, l’emozione dell’esperienza “dal vivo” è certamente mediata da un processo di conoscenza inconsapevole e sedimentata. Sia ben chiaro: questo non attenua i moti dell’animo, semmai li potrebbe amplificare poiché per la prima volta l’oggetto famoso appare nella sua reale identità. Si tenga bene a mente questo concetto.

Michelangelo, David. Foto di Pieroor via Pixabay

Poi, per chi si occupa di storia dell’arte e ne cerca i significati, le opere conosciute direttamente assumono la funzione di suggello: escono dai manuali per diventare percezione e memoria, la prova di un’esistenza materiale che si salda alle parole. Questo è il risultato più comune.

Dunque, seguendo il ragionamento, il primo profilo teorico, sia per il profano che per l’esperto, sembrerebbe impossibile. Oppure, lo si potrebbe sperimentare solo nell’ipotesi del fanciullo. Ma resterebbe allo stato di mera percezione e nell’atto stesso di suscitare curiosità, stimolando domande, creerebbe un precedente ancora largamente immaturo. Finendo col cadere sempre nella seconda possibilità, quella della conoscenza preliminare, approfondita o meno che sia. Anche l’esperto che veda un’opera per la prima volta e senza sapere nulla di essa, inevitabilmente rimane influenzato dall’istintiva ricerca di analogie con quanto gli è noto.

Insomma, è inevitabile: l’approccio totalmente libero è insostenibile. Riflettevo su questo mentre ero a fare un giro per la Galleria dell’Accademia a Firenze. Ma con un’intuizione che si veniva formando: concentrarsi sull’infrazione.

Il percorso, verso sinistra, porta subito verso la tribuna e quindi verso la scultura probabilmente più famosa al mondo. Si trova lì, in fondo, e già cattura lo sguardo. Fino a rendere quasi invisibile ogni cosa gli si trovi accanto persino passando tra due ali di marmi giganteschi. La constatazione ha in sé qualcosa di grandioso eppure di fastidioso: guardando gli altri visitatori che puntano dritti davanti a loro, l’impressione è che ogni altro oggetto faccia da semplice orpello al David. La prova? Trovata senza nemmeno cercarla: il volto di una donna emozionata e tremante fino alle lacrime, inchiodata di fronte al giovinetto coraggioso che sfidò il gigante Golia. L’ho osservata per un po’, rapito dal suo straordinario trasporto emotivo. Se n’è accorta. Invece di schermirsi ci ha tenuto a raccontarmi la sua estasi. Credo non potesse farne a meno: doveva pur dirlo a qualcuno, forse al primo che capita. In questi casi qual è l’etichetta? Armarsi di un contenuto sorriso da saccente; eventualmente porgere un fazzoletto (che non avevo); dirottare il discorso su domande banali utili a stemperare l’atmosfera, come: <<È la sua prima volta? Le capita spesso?>>. Frasi che appena pronunciate risuonano ambigue e già sanno di gaffe. Inutile preoccuparsi: la signora sommerge il tentato dialogo con interminabili singulti di meraviglia. Ma ecco che in quel limbo d’imbarazzo mi sovviene la soluzione: <<Li ha visti i Prigioni?>>. <<Oh sì, sono bellissimi… Ma non si possono paragonare, quelli al massimo mi fanno riflettere… qui invece c’è emozione pura>>.

David, Michelangelo Buonarroti. Foto di Christian Hardi via Pixabay

Diamine, siamo al punto: esistono opere emozionanti di fronte alle quali l’atteggiamento più sensato è lasciarsi andare all’impressione sentimentale. E ne esistono altre che suscitano il pensiero indagatore, lo si potrebbe definire “emozione della curiosità intellettuale”. Eppure, entrambi i modelli d’arte hanno una caratteristica comune: sono infrazioni rispetto ad un orizzonte d’attesa. La scultura del David supera, dal vivo, qualunque immagine fotografica divenendo, per gli animi più sensibili, una “prima volta” a prescindere da quale possa essere stata l’aspettativa iniziale. I prigioni sollecitano una tale curiosità nel loro dinamismo impossibile ed una tale impressione da superare ogni ragionamento iniziale, inevitabilmente sovvertito: troppo debole per resistere a quelle masse rimaste sospese in un misterioso istante senza fine.

Accade per tutte le opere d’arte? Ovviamente no. Accade quando ci si trova, dal vivo, di fronte a rappresentazioni capaci d’infrangere ogni forma di conoscenza precedente ed influente. Senza volerlo, sono arrivato fin dentro il cuore della questione: l’infrazione che alcune opere d’arte istituiscono è come uno strappo nella continuità apparente del flusso creativo, l’inconsapevole salto nel vuoto dell’osservatore che rompe lo schema del “noto” per suscitare un inaspettato “ignoto”.

Come quei corpi imprigionati quasi consapevoli di una sorte inconcepibile.

Come quel corpo di giovane guerriero quasi incredulo della propria immobilità.

Come la mente di colui che osserva e che sa, nel profondo dell’animo, quanto immancabile sarà il ripetersi di quell’effetto inatteso.

Come leggere un testo già letto e trovarvi sempre qualcosa di nuovo.

Come l’arte, quando è eccelsa.

David, Michelangelo Buonarroti. Foto di Peter Hoare da Pixabay

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