7 febbraio 1563: Emanuele Filiberto di Savoia decide di spostare la capitale del suo regno da Chambéry a Torino, scelta che decreterà anche la traslazione della sacra Sindone, reliquia posseduta della casata dal 1453. La scelta di un luogo adeguato in cui conservare il tessuto ricadrà sul neonato palazzo reale, all’epoca costruzione in pieno fervore edilizio; fra i vari progettisti che vi misero mano, l’architetto che maggiormente caratterizzò lo spazio della cappella fu il teatino Guarino Guarini (1624-1683), architetto modenese di formazione romana.

La cupola prima dell’incendio. Credits@museireali

 

La storia dell’edificio

Il posizionamento della cappella della Sindone fu dettato principalmente da questioni politiche e di prestigio della casata Savoia, preferenza che ricadde in uno spazio ricavato fra la cattedrale della città, San Giovanni Battista, e il palazzo reale.

Il rapporto fra la Cattedrale di San Giovanni e la cappella della Sindone. Credits@luciobove

Il duca Carlo Emanuele I (1562-1630) commissionò il progetto ad Ascanio Vitozzi (1539-1615) e a Carlo di Castellamonte (1560-1641), architetti all’epoca molto attivi nella capitale, di cui, il secondo, famoso per la via Nuova, oggi via Roma.

I lavori iniziarono nel 1610: la cappella presentava un grande ovale dislocato alle spalle del presbiterio della cattedrale, situato allo stesso piano dell’edificio; si interruppero dopo 14 anni, e si riprese il cantiere unicamente nel 1657, anno in cui furono affidati allo scultore luganese Bernardino Quadri (1625 circa-1695), importante artista attivo a Roma fin dagli anni ’40 sotto la direzione di Gian Lorenzo Bernini. Trasferitosi a Torino, prese in consegna il progetto di completamento della cappella, apportando numerose modifiche. La pianta originariamente ovale venne scartata a favore di un cerchio perfetto, mentre il piano di calpestio venne alzato al livello della reggia dei Savoia; due scale, inquadrate dalle navate laterali di san Giovanni, permettono di collegare i vari corpi, definendo un collegamento fisico fra gli ambienti. In questa modo, la sfera di pertinenza della Sindone funge da perno fra lo spazio ecclesiastico e quello del potere temporale, nettamente orientato a favore dei regnanti.

Il Quadri, eminente scultore e artista, non era dotato di eccellenti doti ingegneristiche, qualità che insinuarono crescenti dubbi nel duca Carlo Emanuele II sul suo operato; le enormi strutture in elevazioni pensate dal luganese apparivano troppo esili e inconsistenti, causa che decretò la revoca dell’incarico e il successivo interrompersi dei lavori, nonostante si fosse già giunti alla realizzazione del primo ordine.

 

La storia dell’edificio, l’intervento guariniano

L’architetto Guarino Guarini, a seguito dei sei anni trascorsi a Parigi per seguire i lavori della chiesa di Sainte-Anne-La-Royale, nel 1666 decise di stabilirsi definitivamente a Torino, a causa di forti dissensi suscitati dal suo operato nella capitale francese; il primo, importante, lavoro propostogli dai regnati torinesi fu proprio il completamento della cappella della Sindone.

Guarini riuscì a ricavare i punti di forza del proprio edificio partendo dalle debolezze della fabbrica dello scultore Quadri, creando una cappella definita da un vertiginoso slancio verticale, caratteristica che la porta a ergersi al di sopra della cupola del duomo.

Il tema progettuale e la scelta dei materiali fissati dai Savoia rimasero invariati – bronzo dorato per i capitelli e per le basi delle colonne nonché l’utilizzo di marmo nero di Frabosa, «oro et negro», secondo il volere di Carlo Emanuele I – richieste che il Guarini riuscì a integrare nel proprio progetto.

Partendo da una rigida fissità dell’ordine inferiore, la circonferenza viene divisa in nove segmenti, innalzando un tamburo partendo proprio da questi punti; le sezioni vengono collegate a due a due mediante ampi archi, usando i tre spazi rimanenti come entrate – le due verso il duomo, la terza verso gli appartamenti reali – definendo quindi tre pennacchi caratterizzati da prospettici cassettonati cruciformi. Sei aperture circolari, sia reali che fittizie, definiscono il primo registro di finestre, elementi che introducono un ritmo regolare in grado di generare un interessante contrappunto alla fondante divisione in nove parti.

Al di sopra delle aperture si viene a costituire la circonferenza d’imposta della vera e propria cupola-guglia; un primo scheletro in doppio muro è internamente definito da sei serliane concave, sotto le cui trabeazioni trovano posto altrettante edicole convesse. Gli archi di queste finestre sostengono una serie di nervature che vanno a collegare i centri di questi sei archi, elemento ripetuto su sei registri; 36 nervature arcuate definiscono sei esagoni ruotati di volta in volta di trenta gradi,

La sofisticata struttura geometrica convoglia gli sforzi della cupola verso le sottostanti murature, permettendo di aprire fra un registro e l’altro delle arcate con finestrature termali schiacciate; la cupola è dotata di una diafanità tale da inondare lo spazio di una forte luce naturale.

Pianta della cappella. Credits@pinimg.com

Sezione verticale. Credits@pinimg.com

La lezione romana acquisita da Guarini osservando dal vivo le opere dell’architetto Francesco Borromini – come i progetti di San Carlo alle Quattro Fontane, di Sant’Ivo alla Sapienza e specialmente della cappella dei Magi nel palazzo di Propaganda Fide – viene rielaborata dal modenese creando un barocco personale, in cui i vari elementi architettonici non trovano una dimensione unificata come nei progetti borrominiani, ma rimangono distinti, separati. I costoloni, gli archi, i salti di quota, si separano dalle superfici delle murature e creano una dimensione a-fisica.

Profilo esterno a fil di ferro della cupola. Credits@pinimg.com

 

L’incendio e il restauro

Il 4 maggio 1990 la cappella venne chiusa al pubblico a causa della rovinosa caduta al suolo di un frammento di marmo di un cornicione sommitale; gli interventi di restauro, mirati al consolidamento della struttura, erano in procinto di terminare quando, la notte fra l’11 e il 12 aprile 1997, un incendio danneggiò gravemente la cappella della Sindone e parte del Palazzo reale.

A seguito della cena di gala offerta all’allora Segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, un terribile incendio iniziò a divorare le strutture; circa 150 vigili del fuoco riuscirono a domare le fiamme unicamente nel pomeriggio del giorno successivo, in un clima di costante timore verso un possibile crollo della struttura guariniana.

All’interno dell’edificio furono superati i 1.000 °C, collassarono vari elementi lapidei danneggiando l’altare-teca che custodiva la preziosa reliquia – fortunatamente traslato all’interno del coro della Cattedrale nel febbraio 1993 per consentire i lavori di restauro – e le tombe di alcuni reali Savoia.

Esterno della cappella con a seguito degli ingenti danni provocarti dall’incendio. Credits@serviziotempo.it

Garantita l’agibilità della struttura, nel 2000 iniziò la rimozione dei detriti e il montaggio dei ponteggi interni al fine di operare sullo scheletro dell’edificio; l’ingente lavoro portato avanti dal “cantiere della conoscenza” ha permesso di effettuare degli accurati rilievi, la schedatura di oltre 6.000 frammenti lapidei, ricerche chimiche, fisiche e strutturali del manufatto.

Al fine di reintegrare gli elementi eccessivamente danneggiati, nel 2007 venne riaperta l’antica cava di Frabosa Soprana (CN), per cavare i materiali irrecuperabili; 1.420 parti portanti e innumerevoli elementi decorativi, sostanzialmente atti alla restituzione dell’immagine architettonica e decorativa dello spazio.

Il restauro ha avuto un costo complessivo di 30 milioni di euro, ricavati grazie al concorso di numerosi enti, fra i quali il Ministero dei Beni e delle attività Culturali e la Compagnia di San Paolo.

L’altare centrale, opera dell’architetto Antonio Bertola (1647-1719), testimonia ancora i danni dell’incendio; le impalcature del cantiere appena concluso ne hanno impedito il restauro, lavori che inizieranno nella primavera 2019, finanziati dalla Fondazione Specchio dei Tempi-la Stampa. Lo scheletro di quello che era un sublime intervento tardobarocco, ben amalgamato con la spazialità della cappella, è il chiaro segno della fragilità del nostro patrimonio; ci si auspica che l’intervento di restauro non sia propenso verso un intervento eccessivo di «com’era, dov’era», ma ridia dignità all’altare-teca lasciando ben visibili i segni del funesto incendio del 1997.

L’altare-teca della Sindone prima dell’incendio. Credits@luoghidellinfinito.it

L’altare-teca ancora non restaurato. Credits@luciobove

 

“La riapertura della Cappella è una scommessa vinta grazie alla tenacia dei tanti – soprattutto i tecnici delle Soprintendenze – che non hanno mai ceduto di fronte alle enormi difficoltà che si sono presentate. Dopo la riapertura al pubblico, la Cappella della Sindone entrerà a far parte del percorso dei Musei Reali e tornerà ad essere, per la città intera, quel grande simbolo di arte e storia che dobbiamo alla mente di un architetto non convenzionale come Guarino Guarini, che ha esplorato il tema della luce e della cupola diafana come nessuno mai prima”, ha dichiarato Enrica Pagella, Direttrice dei Musei Reali di Torino.

Una riapertura attesa da anni, che permette a noi tutti di poter ammirare uno dei più affascinanti interventi barocchi della penisola.