DECO-struttura

Decostruzione. L’atto del decostruire. Termine grammaticale. Scomporre il costrutto delle parole in una frase.” Dizionario Linguistico Francese.

Decostruire (…) Smontare le parti di un tutto. Deostruire una macchina per portarla altrove” Dizionario di Lingua Latina di Lemaire.

In architettura il significato di Decostruttivismo prende le radici da due momenti artistici caratterizzanti del novecento: il Costruttivismo Russo degli anni Venti e la “decostruzione” post-strutturalista degli anni Settanta.

Daniel Libeskind, World trade center sketches. Credits @StudioLibeskind

Il termine si colloca comunque nell’ambito della cultura post moderna ma, mentre l’architettura postmoderna assume e “cita” con molta ironia direttamente i moduli dell’architettura classica, il Decostruttivismo sembra voler creare una frattura netta nella storia del “progetto”, assumendo come punto di partenza la periferia o i centri, da recuperare come punto d’inizio per i suoi interventi. Sembra voler assumere, per quel che riguarda la sua immagine, i caratteri del Costruttivismo Russo e stravolgerli, come se volesse far esplodere una struttura per poi farla ricadere scomposta , nelle sue componenti.

Si presenta infatti non come movimento, ma come una spinta liberatoria, come un assurdo che diventa forma, come una scossa fondamentale per il futuro dell’architettura.

Decostruttivismo I: il Punto 

Il punto è un elemento primario di costruzione della forma, è un’astrazione concettuale della quale non c’è esperienza sensibile. Quando il punto si materializza, ossia acquista corpo e occupa superficie, diventa concreta formazione. Anche se infinitesimale il punto ha già una forma significante e stabilisce con la superficie di fondo interferenze spaziali in base alla posizione, alla dimensione e anche alla ripetizione.

Wassily Kandinsky, Circles In A Circle.

“il punto geometrico è un’entità invisibile. Deve quindi essere definito- come un’entità immateriale. Pensato materialmente, il punto equivale a uno zero.[…] Nella plastica e nell’architettura il punto è il risultato dell’intersezione di più superfici – rappresenta la estremità di un angolo nello spazio e, d’altra parte il nucleo da cui nascono queste superfici debbono volgersi verso il punto e dal punto svilupparsi. Nelle costruzioni gotiche i punti vengono particolarmente accentuati da pinnacoli acuti e sono spesso sottolineati plasticamente; ciò viene raggiunto altrettanto chiaramente nelle costruzioni cinesi, per mezzo di una danza che culmina in un punto – si percepiranno brevi, precise, battute, a segnare il passaggio verso la scomposizione della forma spaziale, il cui suono perde nello spazio intorno alla costruzione. proprio in costruzioni di questo genere si può supporre che il punto sia usato consapevolmente, perché esso si presenta qui in masse regolarmente distribuite e tendenti , secondo il piano della composizione, verso la cuspide più alta.”

Vasilij Vasil’evič Kandinskij

Daniel Libeskind, portrait. Credits @StudioLibeskind

Daniel Libeskind (1946)

Architetto polacco, naturalizzato statunitense nel 1965. Teorico dell’architettura e artista nel senso più ampio del termine, è considerato tra i protagonisti dell’architettura decostruttivista.

Ha dichiarato che si muove “cercando di comprendere, in primo luogo, in maniera razionale, l’orizzonte pubblico di un progetto irrazionale dal punto di vista architettonico. (…). (Il progetto) prende il via da alcune contraddizioni insanabili tra il metodo, l’idea e il desiderio.”

“È come se avete milioni di pezzi di mosaico che non compongono la stessa figura, che non potranno mai essere assemblati per costruire un unità, poiché non provengono da un insieme unitario.”
Domus n731, 1991.

“Fondamentale per il mio pensiero e la motivazione è che gli edifici e progetti urbani sono realizzati con energia umana percepibile e che parlano alla comunità culturale più ampia in cui sono costruiti.” – Daniel Libeskind

Il vorace amore di Libeskind per le arti figurative e plastiche impregna i suoi progetti innovativi e simbolici con la filosofia, l’arte, la letteratura e la musica che più lo ha ispirato.

Il processo di Libeskind è allo stesso tempo illuminante e misterioso.

Daniel Libeskind, Sketches. Credits @StudioLibeskind

Il suo lavoro è sviluppato in direzioni inaspettate attraverso una pratica che non imita le procedure esistenti, ma che invece tenta di penetrare l’emozione, avventura e mistero dell’architettura. Facendo cadere le denominazioni ‘forma’, ‘funzione’ e ‘programma’ e impegnandosi nel campo pubblico e politico, che è sinonimo di architettura, la dinamica dell’edificio assume una nuova dimensione. La sua pratica si estende dalla costruzione di importanti istituzioni culturali quali musei e sale da concerto, ai progetti urbani, fase di progettazione, installazioni artistiche e mostre.

Libeskind è classificato come un architetto contemporaneo decostruttiva.

Della sua evoluzione nel pensiero nel corso degli anni, Libeskind osserva: “non direi che la mia filosofia è cambiata, ma gli sviluppi della tecnologia, politica, cultura, e l’esperienza personale tutti contribuiscono ad aprire nuove prospettive. Sono attivamente impegnato nella progettazione di edifici che sono in grado di trasmettere, in modo stimolante e innovativo, materiale storico e culturale per un pubblico contemporaneo utilizzando la più recente tecnologia del ventunesimo secolo.”

Vanke Pavilion, 2015, Milano, Italia

Il padiglione-azienda per China Vanke esplora temi chiave legati al tema di Expo Milano 2015, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Il concept per il padiglione Vanke sviluppa contemporaneamente tre simboli tratti dalla cultura cinese legati al cibo: shi-tang, una sala da pranzo cinese tradizionale; il paesaggio, l’elemento fondamentale per la vita; e il drago, che metaforicamente è legato all’agricoltura e al sostentamento. Tutti e tre questi concetti sono alla base del processo formale che ha portato alla nascita del padiglione Vanke.

Daniel Libeskind, Vanke Pavilion. Credits @StudioLibeskind

Il padiglione di 800 mq sembra sorgere da un unico punto cardine da cui, secondo un moto centripeto naturale, più che artificiale, cresce questa morbida struttura squamosa che si avvolge su se stessa formando una struttura dinamico verticale. Il design presenta un modello geometrico matematico sinuoso che scorre tra interno ed esterno. Un grande scalone, rivestito in cemento, grigio caldo viene scolpito attraverso la forma serpentina rossa e guida i visitatori al livello superiore.

Un ponte di osservazione sul tetto con un giardino piantato fornirà una vista mozzafiato sul lago e sul vicino padiglione italiano.

Il padiglione è rivestito con più di 4.000 piastrelle rosse metallizzate che Libeskind ha progettato con la società italiana di Casalgrande Padana. I pannelli di ceramica geometrici non solo creano un modello espressivo che è evocativo di un drago come pelle, ma possiedono anche un sistema altamente sostenibile auto-pulente e proprietà di purificazione dell’aria.

Daniel Libeskind, Vanke Pavilion. Credits @StudioLibeskind

Daniel Libeskind, Vanke Pavilion. Credits @StudioLibeskind

Questo rivestimento ceramico con una colorazione metallica che cambia con la luce e a seconda dei punti di vista, crea un coinvolgimento emotivo e drammatico che fa parte delle metodologie espressive dell’architettura decostruttivista.

Le piastrelle sono installate con un sistema di supporto del rivestimento che dà un modello ritmico e matematico alla torsione del volume su se stesso.  Due scale a spirale, riecheggiando la forma, ascendono al padiglione a sud e a nord incontrandosi nel punto di ingresso, nodo di circolazione e spazio per posti a sedere.

All’interno del padiglione, i visitatori incontrano uno spazio espositivo, riempito con una costellazione di 200 schermi montati a matrice di impalcature di bambù.

La foresta di bambù e il sistema di schermi led, galleggiano al di sopra di una piscina riflettente che tocca le paresti esterne dell’edificio fornendo al visitatore la sensazione di uno spazio infinito all’interno di un volume confinato.

Daniel Libeskind, Vanke Pavilion. Credits @StudioLibeskind

 

The Run Run Shaw Creative Media Centre, 2010, Hong Kong, Cina

Questo edificio cristallino di nove piani è stato progettato per ospitare una vasta gamma di ambienti flessibili per la ricerca e la sperimentazione al servizio dell’invenzione hi-tech.

Daniel Libeskind, The Run Run Shaw Creative Media Centre. Credits @StudioLibeskind

Un edificio polivalente che comprende studi di registrazione, camere da musica, esposizioni e spazi per concerti, teatro e altre aree di screening.

La drammatica rampa centrale, che sale a spirale verso l’alto con torsioni irregolari e curve, crea spazi di incontro inaspettato. Finestre asimmetriche tagliano le pareti delle aule e laboratori informatici, consentendo alla luce naturale di riempire anche le camere più interne del centro.

Spazi interattivi di passaggio sono studiati per permettere lo scambio e la collaborazione spontanea tra gli utenti dell’edificio.

 

Daniel Libeskind, The Run Run Shaw Creative Media Centre. Credits @StudioLibeskind

“L’approccio di Daniel Libeskind dimostra che gli spazi evoluti possono essere efficacemente utilizzati per rafforzare la capacita evolutiva dell’ apprendimento. Rompe tutte le norme di un tradizionale centro di studi e ispira così lo studente a fare lo stesso. Rompere gli schemi, spingere oltre e sfidare l’ambito della mente creativa” – Home Review, 2012.

Daniel Libeskind, The Run Run Shaw Creative Media Centre. Credits @StudioLibeskind

 

Military History Museum, 2011, Dresden, Germania

Il museo di storia militare di Dresda è un luogo carico di significato storico ed emotivo. A seguito della riapertura del museo, lo studio Libeskind viene selezionato per un intervento espansivo delle sale d’esposizione nel 2011.

Daniel Libeskind, Military History Museum. Credits @StudioLibeskind

Il design di Libeskind interrompe arditamente la classica simmetria dell’edificio originale. L’estensione, un cuneo di 14.500 tonnellate di vetro, cemento e acciaio massiccio copre cinque piani, con tagli che attraversano l’ordine classico dell’ex arsenale. Una piattaforma di osservazione offre una vista mozzafiato della Dresda moderna, mentre crea uno spazio di riflessione sulla vista della zona di Dresda soggetta ai primi bombardamenti.

La nuova facciata si presenta come un grande volume trasparente in contrasto con l’opacità e la rigidità dell’edificio esistente. Quest’ultimo rappresenta la gravità del passato autoritario, mentre il cuneo la trasparenza dei militari in una società democratica. L’interazione tra queste prospettive forma il carattere del nuovo Museo di storia militare.

Daniel Libeskind, Military History Museum. Credits @StudioLibeskind

All’interno, nella parte originale, la storia militare della Germania viene  presentata in ordine cronologico, orizzontale, come da tradizionale esposizione. Il Cuneo taglia questa cronologia orizzontale tra il 1914-1945, creando una distinzione architettonica piena di significato. I nuovi spazi espositivi si concentrano sulle forze sociali e sugli impulsi umani che danno vita alla guerra e alla violenza.

Daniel Libeskind, Military History Museum. Credits @StudioLibeskind

“Questa è l’architettura che è appropriata per la sua funzione, che unisce il rigore geometrico con un commento chiaro.”– Hugh Pearman, Architectural Record, gennaio 2012.

Jewish Museum, 2001, Berlino, Germania

Il museo ebraico di Berlino esibisce la storia sociale, politica e cultura degli ebrei in Germania dal quarto secolo al presente. Per la prima volta nella Germania del dopoguerra viene aperta al pubblico una stazione espositiva che presenta le ripercussioni dell’Olocausto e la reintegrazione sociale post guerra. Il nuovo edificio si trova accanto al sito della corte prussiana originale, risalente al 1735, ora a servizio del museo come spazio d’ingresso alle esposizioni, uffici e laboratori.

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Il disegno di Daniel Libeskind, creato un anno prima della caduta del muro di Berlino, era basato su tre intuizioni: in primo luogo, l’impossibilità di capire la storia di Berlino senza capire l’enorme contributo intellettuale, economico e culturale dei suoi cittadini ebrei; in secondo luogo, la necessità di integrare fisicamente e spiritualmente il significato dell’Olocausto nella coscienza e nella memoria della città di Berlino; in terzo luogo, che, solo attraverso il riconoscimento e l’incorporazione di questa “cancellazione” della vita ebrea a Berlino, la storia della capitale tedesca e dell’Europa può avere un futuro umano.

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Libeskind nei suoi disegni cerca di trovare un modo per trasmettere l’esperienza della storia, utilizzando astrazioni e sovrapposizioni delle forme.

Questa architettura nasce e cresce su leggi proprie, su un’unicità senza compromessi che si riflette nella sua configurazione complessiva e in ogni dettaglio, nei suoi materiali e il tipo strutturale. Il museo offre un’interazione attiva tra gli stati mentali, viscerali ed emotivi dell’essere del visitatore. Le reazioni di chi entra nel  Museo saranno collegate al proprio punto di vista della storia.

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Il percorso espositivo parte da una rampa in discesa che conduce a tre percorsi sotterranei assiali, ognuno dei quali racconta una storia diversa. Il primo conduce a un vicolo cieco, la Torre dell’Olocausto; il secondo porta fuori dall’edificio e nel giardino dell’esilio e dell’emigrazione, per ricordare coloro che furono costretti a lasciare Berlino; il terzo e più lungo, crea un percorso che conduce alla scala della continuità, quindi fino agli spazi espositivi del Museo, sottolineando il continuum della storia.

Il vuoto taglia il piano del nuovo edificio a zig zag, creando uno spazio che incarna l’assenza. È una linea retta la cui impenetrabilità diventa il fulcro intorno al quale si organizzano mostre. Per spostarsi da un lato del Museo all’altro, i visitatori devono attraversare uno dei 60 ponti che si aprono su questo vuoto.

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

Daniel Libeskind, Jewish Museum. Credits @StudioLibeskind

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