di Valeria Nesci

L’architettura nella sua realizzazione affronta continuamente temi sociali che si rispecchiano nella tipologia di edifici che vengono realizzati. Molto spesso ci si trova difronte a diversi ostacoli dati non solo dalla complessità della progettazione o dalla difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra richiesta e offerta ma anche di fronte alla difficoltà di creare un luogo che rispecchi le esigenze di chi ne usufruirà. Siamo abituati ad edifici maestosi che si differenziano per le forme geometriche o per la varietà di materiali utilizzati, edifici che ricoprono le più disparate funzioni.

Quando ci troviamo però di fronte ad edifici come le carceri ci si immagina subito uno spazio angusto e non un luogo che possa avere le caratteristiche appena citate, di conseguenza il nesso tra architettura e prigione sembra veramente distante. Due entità che sembrano lontane anni luce l’una dall’altra, la prima che indica bellezza, complessità e funzionalità mentre la seconda porta ad un pensiero di cesura, visto come un luogo in cui scontare la propria detenzione senza la possibilità di reinserimento all’interno di una comunità. Eppure l’architettura affronta anche questi temi ponendosi quasi da paciere nell’opinione pubblica. Lo studio di architettura LAN cerca di donare una nuova connotazione a questa tipologia di edificio e di conseguenza tende a sfidare l’opinione pubblica mettendosi inevitabilmente in gioco.

“Le prigioni sono degli spazi che gli architetti hanno un po’ abbandonato”

Umberto Napolitano, co-fondatore di LAN – Local Architecture Network

Prigione di Nanterre, Studio LAN. Credits: ©lan-paris.com

Dall’esterno probabilmente non si direbbe mai di trovarsi di fronte ad una prigione anzi la prima reazione è quella di stupore data dalla bellissima facciata principale scavata all’interno di questo monolite che caratterizza l’edificio e che si contrappone nella sua interezza alle modeste case che lo circondano. Vedendo l’interno è subito chiara, però, la sua funzione: gli spazi sono particolarmente rigorosi e serrati ma tendono ad essere smorzati in alcune zone attraverso degli espedienti. L’utilizzo del colore è una di queste modalità, in particolare l’utilizzo di colori pastello, mescolati ed abbinati tra loro, rendono più vivibile lo spazio e donano quasi un senso di serenità.

Espressione di questa volontà si ritrova nel campo da gioco  presente all’esterno dove le forme che compongo la pista sono caratterizzate dall’accostamento di colori diversi quasi a comporre un mosaico. Nonostante il desiderio di ricreare un luogo che si avvicini il più possibile alla realtà esterna, nei vari spazi riecheggia questo connubio tra apertura e chiusura, dato per ovvi motivi di sicurezza da barriere che non permettono perciò un vero collegamento, anche solo visivo con lo spazio esterno.

“Era un concorso a cui abbiamo dato una risposta molto radicale pensando di non poter mai vincere. E invece lo vincemmo e da allora abbiamo dovuto rivedere il tutto perché era una sorta di utopia quella prigione: il limite tra la prigione e la città non è manifestato, mentre di solito la prigione è un oggetto con una cinta, con un muro. Quindi è stato veramente complesso.”

Campo da basket, prigione di Nanterre. Studio LAN. Credits: © lan-paris.com

Il progetto tenta di diminuire la distanza tra città e prigione e di rendere quindi la detenzione meno radicale, in particolare attraverso vari espedienti citati poco fa, come l’apertura sulla facciata che simboleggia già visivamente questa volontà di connessione tra interno ed esterno, e l’uso del colore a cui si affiancano anche la distribuzione dei collegamenti verticali tra le varie scale e un passaggio più fluido tra esterno ed interno, meno serrato. L’edificio però è necessariamente introverso, con le 89 celle che si aprono verso il cortile centrale. Da fuori il carcere di Nanterre appare comunque come un severo monolite che non nasconde la sua natura, nonostante il linguaggio architettonico contemporaneo.

La prigione di Nanterre incorpora inoltre al suo interno due programmi particolarmente innovativi per rafforzare ancora di pù, non solo a livello architettonico la volontà di accorciare questa distanza: il SPIP, servizio di integrazione in libertà vigilata, assicura il monitoraggio delle persone poste in sorveglianza, mentre il CSL, il sistema di semi-libertà permette al detenuto di uscire dall’edificio per svolgere delle mansioni utili al suo reinserimento nella società. Questo progetto risulta essere veramente innovativo, la prigione non è più solo un luogo in cui i detenuti sono costretti a scontare i propri reati ma diventa l’occasione per una seconda possibilità.

© riproduzione riservata