Analizzare l’architettura delle Case del Mutilato è impossibile se non si fa prima luce sul fascismo, sulle concause che gli permisero di arrivare al potere e sul legame che l’associazione A.N.M.I.G. (Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra) ebbe con il Regime. L’architettura nell’Italia a cavallo fra il terzo e il quarto decennio del XX secolo è il frutto di questi forti legami, il più delle volte caratterizzato da numerose sfaccettature anche in totale antitesi fra di loro.

Due storie, due finalità

Il 24 ottobre del 1922 inizia la cosiddetta “Marcia su Roma“, a seguito della quale viene proclamato lo stato di assedio dal parlamento, ma il re Vittorio Emanuele III si rifiuta di firmarlo; si tratta della fine dello stato liberale.

Passo dopo passo il potere viene concentrato nelle mani del PNF (Partito Nazionale Fascista) e dei suoi gerarchi, confluendo in quella che poi si delineerà come una vera e propria dittatura; il 4 novembre 1925 vengono soppresse le testate di sinistra, quali “La Giustizia“, l’ “Avanti!“, “L’Unità“, la “Rivoluzione libe- rale“, il 27 novembre dello stesso anno il governo introduce l’obbligo del saluto romano in tutte le amministrazioni civili dello Stato.

A inizio 1927 vengono abolite tutte le cariche elettive (il potere viene concentrato nelle mai del podestà, funzionario di nomina prefettizia) e il 5 novembre sciolti tutti i partiti e i movimenti politici a esclusione di quello fascista. Si tratta di un cruciare passaggio che decreta la nascita della dittatura vera e propria come poi passò alla storia.

Inizia a definirsi la cosiddetta “macchina del consenso“, fino a quel momento ancora relativamente debole: il rafforzamento del governo fascista serviva a diffondere la sensazione di solidità del regime in antitesi all’impotenza e all’isolamento dell’opposizione.
Una capillare sorveglianza che mirava a raggiungere il maggior consenso possibile reprimendo le voci scontente, talvolta epurando fazioni e personalità scomode all’interno del partito stesso, oltre che le opposizioni. Si decide di organizzare la vita pubblica dei cittadini, fondare nuove città, costruire nei centri storici edifici di rappresentanza a uso quotidiano quali stazioni, palazzi di giustizia, poste e anche le case del Mutilato.

In parallelo, l’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra sorse spontaneamente dalle ceneri del primo conflitto mondiale nel 1917; in un primo momento slegata politicamente da qualsiasi fazione, sotto il fascismo venne, volente o nolente, collegata al potere statale. Il riscontro positivo che l’associazione ebbe in questo do ut des fu la possibilità e i mezzi pecuniari per edificare nelle principali città italiane manufatti-simbolo, che di fatto ne sancirono la sua importanza a livello statale: le posizioni negli aggregati urbani sono quasi sempre strategiche, e gli architetti chiamati a progettarle sono di fama locale quanto nazionale.

“La nostra origine fu la trincea; la nostra scuola: l’ospedale; il nostro ideale: la Patria”

il motto dell’associazione

Le Case del Mutilato rappresentano quindi la concretizzazione tangibile dell’idea del sacrificio per la Patria che esalta e nobilita l’uomo, sono il monumento agli eroi viventi, tanto quanto le iscrizioni dedicatorie al milite ignoto glorificano i caduti.

Stemma ANMIG. Credits@anmig

La sede di Napoli, un maestoso edificio per l’ex capitale del Regno borbonico

Camillo Guerra (1889-1960), architetto partenopeo, progettò la Casa del Mutilato, ultimo edificio a essere edificato nella piazza antistante le Poste di Giuseppe Vaccaro; sotto la costante supervisione di Marcello Piacentini (1881-1960), architetto incaricato di sovrintendere ai progetti di tutti gli edifici di rappresentanza del neonato rione Carità, Guerra elaborò un volume andava a chiudere la compagine scenica del teatro allestito dal Regime in pieno centro storico fra i quartieri Spagnoli e la zona del Maschio Angioino. Il cantiere iniziò nel 1938 ma dovette interrompersi nel ’42 a causa della disastrosa guerra mondiale; molti ambienti non furono mai conclusi, compresi parte dei vai di rappresentanza, quali il Sacrario.

Piazza Matteotti. In fondo a destra la Casa del Mutilato. Credits@luciobove

Forme massive e rettilinee terminazioni contraddistinguono l’edificio, sette livelli – di cui sei fuori terra e una terrazza praticabile – disposti su oltre 1.000 mq per livello, ampie vetrate a tutta altezza e variegati rivestimenti marmorei.

La facciata, scandita da una ritmica geometria bicroma, presenta un portale inquadrato da due stipiti di pietrarsa ornati da bassorilievi, in posizione decentrata rispetto al fronte del parallelepipedo. Sopra di esso si trova l’epigrafe “CASA DEL MVTILATO ASSOC. NAZIONALE FRA MVTILATI ED INVALIDI DI GVERRA”, linearmente compresa dalla doppia fila di finestre del quarto e quinto piano, profonde bucature che spezzano il candore della pietra di Trani.

Il piperno, altra pietra lavica locale, è utilizzato per il basamento e i per i setti verticali che scandiscono le aperture verticali, mentre il rivestimento del resto dell’apparecchio murario è chiaro: il tutto viene delimitato da un aggettante cornicione in cemento armato intonacato, oggi parzialmente danneggiato da una profonda incuria.

La terrazza superiore permette una vista panoramica sulla città, compreso il massiccio dove si erge Castel Sant’Elmo parte dei tetti del centro storico e del lungomare, fra i quali spuntano la chiesa di Santa Chiara e del Gesù Nuovo. Ogni piano è servito da due corpi scala posti sul retro del lotto che collegano, tramite un corridoio disposto a “c”, i tre blocchi principali di cui è composta la struttura.

La ricchezza degli apparati interni

Al piano interrato si trovata un cinema dopo-lavoro a specifico utilizzo dei mutilati, mentre i restanti piani superiori hanno subito pesanti trasformazioni nel corso dei decenni; vi hanno trovato luogo uffici delle Ferrovie dello Stato, aule dell’Università Federico II, ambulatori USL e oggi anche una struttura ricettiva B&B.

L’unica eccezione è data dal primo piano, il livello storicamente di rappresentanza all’interno del quale troviamo gli apparati più ricchi dell’intero edificio; il mobilio e i corpi illuminanti disegnato ad hoc da Guerra, numerosi apparati scultorei ed elaborate finiture marmoree. Ancora oggi l’Associazione occupa questo piano, perpetrando l’opera divulgativa di quest’elaborata macchina assistenzialista oramai centenaria.

L’acceso avviene tramite lo scalone a rampa rastremata che “accompagna l’utente abituandolo al cambio di spazialità” e culmina con la statua della Vittoria alata di Guido Galletti. Aperta sulla piazza, questa entrata è la più solenne tra tutti gli edifici limitrofi, rendendolo simbolicamente tempio enfatizzato dal colonnato di paraste grigie che si fanno peristilio moderno.

Percorso lo scalone principale si accede al vestibolo, vano interamente rivestito di marmi scuri – basamento in marmo venato ondulato del tipo cipollino toscano e alzato in breccia ranocchiaia tipo verde di Prato – nel quale si aprono sei esedre semicircolari; all’interno di queste svettano altrettante lance, simbolo che non si trova in altre sedi dell’A.N.M.I.G. in quanto rappresentativa della città stessa di Napoli.

La statua è composta dalla chiglia di una lancia che solca le acque del mare al di sopra della quale si innalza un fascio, riconducibile all’albero maestro, con innestate sei vanghe, tre per lato. Anticamente si trattava di un’imbarcazione ausiliaria leggera e veloce usata per il trasporto a terra nonché tra nave e nave di persone e merci, mentre la vanga invece è simbolo del duro lavoro; originariamente erano poste in opera con dei faretti collocati alla base delle onde che ne esaltavano la snellezza e il candore del gesso di cui sono costituite.

Il salone d’onore attiguo, rimasto purtroppo incompiuto, ci permette comunque di apprezzare la cura al dettaglio data dall’architetto Guerra, che si tratti della scelta cromatica dei marmi di rivestimento quanto della progettazione dell’illuminazione della sala; la lune naturale entra copiosa dalle ampie finestrature poste lungo il fronte meridionale, in corrispondenza delle quali si aprono delle finte porte sottostanti speculari a quelle della parete prospiciente, aperture che collegano il salone con il disimpegno degli uffici dell’A.N.M.I.G.

Il salone d’onore. Credits@luciobove

Corpi illuminanti a forma di insegne militari romane in marmo a grana grossa –  tipo breccia medicea – intervallano le aperture delle pareti, aumentando il verticalismo del salone; questa statua fa riferimento agli antichi stendardi romani usati in guerra come riconoscimento delle unità di fanteria e cavalleria dell’esercito, vero e proprio emblema della legione. Esse sono sormontate da aquile ad ali spiegate, simbolo dell’imperatore romano e del potere di Roma tanto caro alla propaganda statale, e da una corona d’alloro allegoria della sapienza e della gloria. Originariamente erano poste in opera con delle luci tricolori dei quali attualmente non ne rimane purtroppo traccia.

Un solo ambiente si presenta in dissonanza con il resto del piano, quello da progetto destinato a Sacrario delle vittime delle guerre glorificate fascismo; allo stato attuale può essere facilmente confuso con uno spazio di risulta, quasi un retro senza un minimo pregio, se non che la particolare configurazione semicircolare e la scansione degli alzati ne denuncia la sostanza qualità.

Oggi questo ambiente è usato come deposito di documenti, il parziale tamponamento delle nicchie ha permesso di ricavare armadiature; si intravede un impianto murario che richiama la scansione dei prospetti interni del salone d’onore di cui è continuazione ma senza presentarne la ricchezza di rivestimenti. La parte superiore della muratura è semplicemente intonacata mentre la parte inferiore, in finto marmo, è in linoleum di bassa qualità molto usurato.

Se nel salone e negli altri ambienti il pavimento si presenta come un susseguirsi di disegni geometrici con materiali marmorei pregiati quali il vitulano, bellona e il bardiglio imperiale qui si interrompe bruscamente, lasciando spazio a un pavimento alla palladiana eccessivamente grossolano.

Ulteriore postilla va fatta riguardo al ricco Archivio della Fondazione Guerra conservato all’interno di una delle sedi di Ingegneria della Federico II, all’interno del quale sono conservato molti disegni inerente al progetto, compresi i cambi in corso d’opera dell’architetto, fini schizzi del mobilio originale, lo studio dei lampadari e numerose vetrate e pitture murali purtroppo mai realizzate.

Questi edifici cronologicamente lontani da noi sono oramai integrati nei panorami urbani delle città italiane, per quanto alcuni di loro necessitino già di una rifunzionalizzazione non solo fisica-materica ma anche all’interno delle coscienze dei cittadini stessi.

Il caso emblematico della sezione dei Mutilati di Napoli fa sì che l’elemento unificante di questi diversi livelli di lettura sia la Casa stessa, la cornice scelta per perpetrare la memoria del passato, fautore del nostro presente, in uno slancio verso il domani.

© riproduzione riservata