di Francesco Grazioli

Pareti che si dissolvono nella trasparenza, fatte di luci e di colori, ma anche di percezioni e di emozioni. Si potrebbe definire così, in sintesi, il progetto ideato dallo studio Cappelli Identity Design per il Padiglione Italia alla 77esima Biennale di Venezia, che si sta concludendo proprio in questi giorni sulle sponde della laguna.

Uno dei più prestigiosi eventi del mondo del cinema internazionale, che quest’anno ci lascerà in ricordo, oltre alle tradizionali foto da red carpet, un inusuale padiglione tutto italiano, dedicato ad un grande maestro nostrano della settima arte: Federico Fellini. E quale modo migliore per rendere omaggio al regista se non attraverso i suoi stessi lavori? Il padiglione si trasforma così in una sala di proiezione dove, ogni sera, si può assistere in esclusiva a Fellas22, un documentario inedito, scritto dai curatori, che racconta alcune delle scene più iconiche del cinema di Fellini.

Il legame tra cinema e architettura non si ferma però ad una proiezione su schermo, ma prende forma all’ingresso del padiglione, dove silhouette di colori alte e snelle pendono dal soffitto e sostano a mezzo metro di altezza da terra. Come fossero tende leggere e coloratissime, si distendono eleganti definendo lo spazio circostante, di cui diventano assolute protagoniste.

La prima vista d’insieme all’ingresso del padiglione.

La prima vista d’insieme all’ingresso del padiglione

Prende quindi forma un’architettura fatta di colori e di trasparenze, dove a definire i volumi sono la luce naturale e le sue rifrazioni, o, come la definiscono i suoi creatori, un’architettura fatta di “muri trasparenti, che non esistono, e che anzi, bagnati dal sole, colorano superfici e persone”. Quasi come se la luce stessa, che solitamente dà forma a lungo e cortometraggi, a documentari e film d’autore, questa volta fa un passo in avanti verso lo spettatore, esce dallo schermo e da forma anche allo spazio che lo circonda, diventando materia di architettura.

Muovendosi all’interno del padiglione, si passa quindi dal bianco sterile delle pareti e dei pavimenti, ai colori dei pannelli appesi al soffitto, cogliendo, di tanto in tanto, le citazioni del Maestro sospese da qualche parte sui muri.

Tutti questi sforzi, evidentemente, non sono casuali, ma pensati per portare il visitatore a vivere un’esperienza ben precisa. Obbiettivo del progetto è infatti quello di rendere omaggio ad un regista, il cui immaginario è basato sul sogno e su quel “confine volutamente ambiguo tra realtà e dimensione onirica”.

L’architettura finisce così per smaterializzarsi e giocare con strumenti a lei solitamente estranei, ma diventa anche parte imprescindibile dell’esperienza dell’utente (come forse non dovrebbe sempre essere?), accompagnandolo e assistendolo mentre si immerge nel mondo sognato e raccontato da Fellini.

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