di Matteo Mammoli

 

La via è una delle più belle di Milano: parallela di Corso Magenta, a pochi passi da Santa Maria delle Grazie, la chiesa che ospita il cenacolo vinciano, dalla basilica di Sant’Ambrogio, e dal museo della scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci. Al numero 42 si incontra Palazzo Borletti. Anche un profano di architettura, osservando la facciata, nota la specialità dell’edificio. E infatti, fuori dal portone d’ingresso, un’insegna avverte l’astante che si è in presenza di un edificio di interesse storico.

Ad inizio Novecento qui si trovava lo stabilimento dell’azienda di una delle più importanti famiglie lombarde, i Borletti, produttori di orologi, contachilometri e macchine per cucire, nonché tra i fondatori di attività commerciali come La Rinascente, Upim e Standa. Quando, nel 1927, i fratelli Aldo e Senatore trasferirono i magazzini fuori Porta Genova, agli architetti Gio Ponti ed Emilio Lancia fu commissionata la realizzazione di un palazzo destinato ad ospitare l’alta borghesia milanese.

A catturare subito l’attenzione è il contrasto cromatico tra il giallo dell’intonaco e il bianco del travertino. È poi il gioco di linee e forme geometriche che salta all’occhio: i moduli ripetuti conferiscono alla facciata un’elegante semplicità e austerità. Sulla sommità, dialogano con la modernità della parte inferiore una serie di obelischi dal gusto classicheggiante.

L’architetto Robert Ribaudo, che si occupa della valorizzazione dei beni culturali della regione Lombardia, spiega come il progetto di Ponti e Lancia fosse funzionale alla realizzazione di una nuova “casa all’italiana”. A ciò si deve l’inserimento di novità come l’alternanza di nicchie e finestre, di vuoti e di pieni, e il gioco di forme geometriche. Lo spazio borghese viene qui rivoluzionato, ma con “uno stile che insegna la modernità senza traumi e che nella sua completezza può ben sostituire gli stili storici cui la committenza era abituata fino ad allora”[1].

È il momento di varcare il portone d’ingresso: si è accolti in un piccolo atrio rotondo e, superata una porta a vetri con disegni geometrici, si accede ad una galleria accompagnata da due file di colonne sormontate da urne marmoree.

Infine, si arriva allo splendido scalone padronale. Tutto è “all’insegna dello sfarzo e della ricchezza dei materiali”, anche il pavimento, costituito da mosaici di marmo, e i gradini in pietra del Carso. In questi spazi sontuosi in cui modernità e gusto classico si sposano, Ribaudo legge un po’ dovunque “memorie di sapore egiziano e proto-futurista”[2].

L’ultima sorpresa è il cortile. Dalle porte a vetri dell’androne si ha accesso al delizioso giardino, che al centro ospita una fontana. Da basso, invece, la zona destinata al passaggio delle automobili.

Attraversare questi spazi senza restare stupiti dalla loro bellezza è impossibile. Ma se agli inquilini del palazzo è concesso ogni giorno, ciò non vale per il curioso amante di architettura, poiché si tratta di una residenza privata. Se il desiderio di entrarvi è grande, si può tentare di suonare al portiere.

 

©Foto di Matteo Mammoli

[1] R. Ribaudo, Scheda tecnica, SIRBeC scheda ARL – LMD80-00379, Milano 2011
[2] ibidem
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