Roma, 30 agosto 2018, ore 14.45 circa, piena stagione turistica: improvvisamente crolla parte della copertura della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, in Clivio Argentario, a pochi passi dal Campidoglio e dal Foro romano.

L’edificio, utilizzato principalmente in occasione di celebrazioni specifiche come i matrimoni, è di norma chiuso al pubblico, sia fedeli quanto turisti, “casualità” che ha impedito una tragedia, evitando morti o feriti; stando alle parole del rettore della chiesa, s. e. mons. Daniele Libanori, vescovo ausiliare di Roma, questo stesso fine settimana si sarebbero dovuti svolgere due matrimoni all’interno dello spazio religioso.

Il tempestivo intervento delle forze dell’ordine, fra vigili urbani che hanno transennato l’intera area, carabinieri, squadre cinofile e vigili del fuoco, ha permesso di elencare immediatamente la conta dei danni; tre quarti della copertura crollata, le cui capriate e travi lignee hanno trascinato a terra il pregiato soffitto ligneo del ‘600,. Parte di una capriata ha sfondato anche il pavimento, danneggiando anche il sottostante Carcere Mamertino.

 

L’edificio

Il luogo di culto presenta una stratificazione fisica unica, caratteristica data dalla sua storia millenaria. Intorno al 1540 sotto Paolo III si istituisce la Venerabile Arciconfraternita dei Falegnami che prese in affitto la chiesa di san Pietro in Carcere, posta sopra il Carcere Mamertino; stando all’agiografia cristiana, si tratta del carcere capitolino dove furono imprigionati gli apostoli Pietro e Paolo prima dei rispettivi martirî, ambiente poi sopraelevato con la costruzione della cappella del Crocifisso.

Si tratta di quattro livelli sovrapposti: il Tullianumla parte più antica del carcere, viene menzionata anche negli scritti di Plinio, il Carcer superiore, la cappella del Crocifisso e la chiesa superiore dedicata a san Giuseppe.

I quattro livelli presenti, sezione verticale. Credits@”Roma”, F. Coarelli

All’Arciconfraternita dei Falegnami si aggregò nel XVII secolo l’ “Università dei falegnami” eretta da Clemente VII de’ Medici nel 1525 presso san Gregorio a Ripetta (oggi “dei Muratori”, in origine essa era vicina al porto di Ripetta, oggi scomparso; attualmente è inglobata all’interno di un edificio di recente costruzione (1934), in fondo ad un vicolo, via di Leccosa 75). Nei secoli successivi altre confraternite non romane e fuori del Lazio si uniscono a quella romana creando una vera e propria corporazione di maestri d’ascia e carpentieri.

Nel 1597 viene demolita la precedente chiesa di s. Pietro per costruire la nuova, dedicata per l’appunto al protettore dell’Arciconfraternita, secondo il progetto dell’architetto Giacomo della Porta (1532-1602); famoso allievo di Michelangelo Buonarroti, il della Porta progettò un edificio a navata unica con due cappelle per parte, mirabile conclusione e summa del manierismo romano. Alla morte dell’architetto lombardo, i lavori furono portati avanti da Giovanni Battista Montano (1534-1621), visionario ideatore della facciata dell’edificio.

Facciata di San Giuseppe. Credits@wikimedia

Completata nel 1663 ad opera di Antonio Del Grande (1607-1671) – autore anche della scala che collega la chiesa con il sottostante carcere – nel 1886 la chiesa fu oggetto da parte di Antonio Parisi di un pesante intervento di restauro, connesso alla costruzione della nuova abside; l’interno venne adeguato al gusto dell’epoca, scegliendo di preservare il sublime soffitto ligneo seicentesco, recante al centro la “Natività” di Tommaso Montani.

Fra le opere conservate, degna di nota è l’ “Adorazione dei pastori” – meglio nota come “Natività” – del 1650 di Carlo Maratta (1625-1713), caravaggesca composizione emblema dell’opera di uno dei più importanti pittori del secondo seicento romano.

 

Il crollo

Nessun segno di cedimento delle strutture di copertura, nessuna crepa, nulla che lasciasse lontanamente pensare a quello che, purtroppo, è accaduto. Fra il 2012 e il 2015 sono stati svolti del lavori di restauro alla copertura e alla facciata, lavori commissionati per conto dell’ “ente ecclesiastico” san Giuseppe dei Falegnami con la direzione dei lavori affidata alla Commissione Diocesana per l’Arte Sacra ed i Beni Culturali; «La chiesa di San Giuseppe dei Falegnami era stata interessata da alcuni lavori che hanno riguardato la facciata» ha detto il Soprintendente di Roma Francesco Prosperetti, spiegando anche che, in seguito ai terremoti di Amatrice e del centro Italia avvenuti fra il 2016 e il 2017 non erano stati segnalati danni durante i controlli effettuati. «All’epoca facemmo un censimento delle chiese danneggiate ma non vi erano stati problemi. Probabilmente per il pregevole soffitto a cassettoni non si sono potute esaminare le capriate. Si è trattato di un cedimento strutturale improvviso. [Alberto Bonisoli, Ministro dei Beni Culturali] sta seguendo la vicenda del crollo ed è costantemente in contatto con il Segretario Generale, Giovanni Panebianco, che sta coordinando le unità del Mibac per far fronte all’emergenza. Con il crollo è andato perso il soffitto a cassettoni della chiesa [mentre] sembrerebbe che la preziosa tela seicentesca di Carlo Maratta non abbia subito danni».

Danno d’incuria, quel tetto, quel soffitto ligneo non più più ammirabile, ricordano il legno, i falegnami e i carpentieri che quella chiesa la vollero e la eressero in onore del falegname più noto, san Giuseppe e che ora in un tonfo nella calura estiva crolla.

Stato attuale della chiesa. Credits@reproma.it

Stato attuale della chiesa. Credits@reproma.it

 

Un patrimonio che cade a pezzi

Non è la prima volta che si verifica un evento simile.

Firenze, 19 ottobre 2017, Basilica di Santa Croce, crolla un blocco di pietra serena grigia da uno dei capitelli medievali dell’edificio, uccidendo un turista spagnolo di 52 anni, Daniel Testor Schnell: l’elemento di arenaria, cadendo da circa 30 m di altezza, non lascia scampo all’uomo. L’allora segretario generale dell’Opera di Santa Croce, Giuseppe De Micheli, disse che «solo una settimana fa avevamo impiegato un elevatore per pulire in altezza le vetrate nella parte della basilica dove oggi è avvenuta la tragedia. Ne avevamo approfittato, come facciamo di solito, anche per effettuare un controllo sulle superfici di quella zona. Tutto era risultato regolare», aggiungendo che l’area dal quale proveniva il blocco era stata sottoposta a un restauro consolidante nemmeno 10 anni prima.

Crollo del blocco di pietra serena dentro la Basilica di Santa Croce, Firenze. Credits@ilmattino.it

San Gimignano (SI), 3 aprile 2018, mura medievali, crolla un intero settore lungo circa 20 m, di quali 8 gravemente danneggiati, nessun danno a persone. Il primo cittadino Giacomo Bassi disse: «Siamo sconvolti per questo evento improvviso. […] alle autorità regionali e nazionali una mano per gestire l’emergenza e per capire le cause del crollo».

Crollo del tratto delle mura di San Gimignano. Credits@agenziaimpress.it

Caserta, 9 maggio 2014, Reggia, crolla parte della copertura dell’ala sud-ovest del palazzo, ambienti occupati dalla Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare; «Il primo maggio scorso notammo dalle finestre degli appartamenti storici un foro nel tetto – spiega la funzionaria della Sovrintendenza Speciale Flavia Belardelli – facemmo subito una segnalazione all’Aeronautica; sempre nella stessa giornata il foro si è esteso diventando una voragine. Crediamo sia un problema di scarsa manutenzione». La zona, quindi, era stata oggetto di lavori di somma urgenza, evidentemente non sufficienti.

Crollo di parte della copertura della Reggia di Caserta. Credits@stilopolis.it

Nello stesso anno, sempre nella Reggia, il 10 dicembre crollò parte dell’intonaco del soffitto della cosiddetta “sala delle dame“, nuovamente a causa di una generale e costante mancanza di manutenzione.

Pompei,  6 novembre 2010, scavi archeologici della città antica, rovina parte della Schola Armaturarum Juventutis Pompeianaenota come domus dei gladiatori;  l’edificio era una palestra dove i gladiatori si allenavano e nella quale riponevano le armi all’interno di alcuni incassi ricavati nei muri, specificatamente pensati per assolvere a questa funzione. Un intero fronte di 12 m crollò, sicuramente a causa delle forti piogge di quei giorni sommato agli interventi in cemento armato degli anni ’50, materiale incongruo con quel tipo di edilizia. L’ex sovrintendente Giuseppe Proietti, andato in pensione qualche settimana prima, disse che la  Schola non era segnalata come una situazione a rischio.

Crollo di parte della domus dei Gladiatori. credits@fanpage.it

Altri casi si potrebbero citare, dalle mura aureliane al Colosseo di Roma fino al Palazzo Reale di Napoli: si tratta di un intero patrimonio che fisicamente e inesorabilmente rovina.

L’associazione Italia Nostra dal 2011 ha istituito il portale “Lista rossa“, all’interno del quale, grazie a una mappa interattiva aggiornata, è possibile visionare e/o segnalare ” […] beni comuni o paesaggi in abbandono o bisognosi di tutela, siti archeologici meno conosciuti, centri storici, borghi, castelli, singoli monumenti in pericolo.”, uno strumento in più per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento.

L’incuria e la mancata manutenzione ordinaria sono fra le prime cause imputabili, eppure analizzando i vari casi troppo frequentemente ritroviamo nelle dichiarazioni rilasciate da soprintendenti, funzionari, ministri e sindaci parole come “emergenza” e “calamità”, come se, da nord a sud dello stivale, la situazione fosse in modo assai preoccupante la stessa: pericolo.

Il patrimonio nazionale è in pericolo, il cedimento di parte della copertura della chiesa di san Giuseppe dei Falegnami per l’ennesima volta ce lo ricorda; bisognerebbe attuare strategie di maggior controllo delle opere giunte fino a noi dal passato, impegnarsi in migliori piani di manutenzione, di più efficaci interventi di restauro e, in extremis, tornare a porre l’accento sulla salvaguardia dei fruitori di questi spazi, che siano pubblici o privati. Il primo intervento di restauro è la manutenzione, giocoforza ancora una volta abbiamo fallito nel nostro compito, fisico, nonché morale, di preservare il patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato, di renderlo fruibile qui e ora, di permettere alle generazioni che verranno di ammirare quello che noi stessi abbiamo avuto la fortuna di godere.

Entrando dentro una Basilica si deve unicamente “morire di bellezza”, non di altre cause.