Francesco Borromini (1599-1667), è considerato, insieme a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) e Pietro da Cortona (1596-1669), uno degli architetti della triade che nel terzo decennio del XVII secolo diede inizio a Roma al barocco, uno dei movimenti artistici più esuberanti dell’arte occidentale.

Il procuratore generale dei trinitari scalzi commissionò a Borromini la costruzione del convento e della chiesa nel 1634. L’architetto partì proprio dal dormitorio e dal chiostro, per poi occuparsi della chiesa.

La planimetria del complesso si articola lungo l’isolato racchiuso fra l’attuale via delle Quattro Fontane e via Venti Settembre, non lontano dal Quirinale e da Palazzo Barberini, edificio in cui l’architetto aveva lavorato fino a pochi anni prima accanto a Carlo Maderno e al genio-rivale Bernini.

Planimetria dell’intero complesso. Fonte@”Arte e architettura in Italia”, Rudol Wittkower

Sezione verticale della chiesa. Fonte@”Arte e architettura in Italia”, Rudol Wittkower

Varcata la soglia della chiesa ci si trova entro un vano unico, definito dall’elemento scultoreo delle colonne alveolate; si tratta di strutture che “vibrano” grazie alla parete curvilinea concavo-convessa, quasi staccate dal muro, contenute in nicchie profonde qualche centimetro. La pianta è generata da due triangoli equilateri con una base in comune, i cui vertici sono stati ammorbiditi dalla sinuosità della linea curvilinea continua.

Quattro catini absidali cassettonati e altrettanti pennacchi sferici raccordano la parete verso l’ellisse sulla quale è impostata la cupola ovale; il robusto anello, definito da un ornamento cesellato di foglie stilizzate sul quale si susseguono le croci dell’ordine dei trinitari, nasconde in realtà le finestrature aperte nel cassettonato, espediente che permette di far entrare la luce n maniera diffusa e non diretta.

La cupola è decorata da lunette a cassettoni composte da ottagoni, esagoni e croci greche deformati prospetticamente, in modo tale che il verticalismo sia ulteriormente accentuato. Chiude il tutto la lanternina che inonda di luce la cupola, sulla sommità della quale scorgiamo la colomba dello Spirito santo ad ali spiegate contornata da una raggiera dorata.

La composita spazialità della chiesa. Credits@luciobove

La formazione del ticinese Borromini influì non poco sul suo modus operandi: scalpellino alla fabbrica del Duomo di Milano, una volta giunto a Roma, intorno al 1620, iniziò a occuparsi di architettura, forte della sua solida preparazione nel campo strutturale. La sua progettazione non avviene per moduli alla maniera classica ma elabora lo spazio modellandolo per unità geometriche.

Il sistema compositivo borrominiano è basato sulla contrazione della pianta: partendo da una classica croce greca, avvicina le pareti dei bracci delle navate, contraendo le murature e donandogli una forma tanto solida e massiccia quanto leggera, definendo uno spazio accentrato.

Interessante notare come la scelta dei materiali e delle decorazioni non sia secondaria al volere e alla disponibilità economica della committenza. L’interno appare completamente bianco, monocromatico, ed è l’ambiente nel quale i bassorilievi dei clipei, dei cherubini e delle rose del cassettonato definiscono i punti focali di un’unica grande composizione volumetrica. L’occhio non riesce a capire dove soffermarsi, specialmente quando ci si posiziona esattamente sotto il centro della cupola: solo l’oro delle transenne, delle aperture e delle decorazioni vegetali poste sopra gli architravi delle porte, accostato al candore delle superfici, funge da catalizzatore dell’attenzione del fedele. Puro monocromatismo, eccezione fatta anche per il quadro posto sopra l’altare maggiore – rappresentazione dei “San Giovanni de Matha, San Felice di Valois e San Carlo Borromeo illuminati dalla gloria della Trinità divina” – e i due altari minori laterali.

L’adiacente chiostro è definito da due ordini sovrapposti, composto da una successione di serliane impostate su una pianta mistilinea di pareti rettilinee e convesse: Borromini non è un rivoluzionario ma – come disse lo storico dell’arte Arnaldo Bruschi – un riformatore. Le “parole” della sua architettura sono le stesse utilizzate fino a quel momento da qualsiasi altro architetto, se non che egli seppe comporre delle “frasi” totalmente nuove, uniche.

Il chiostro. Credits@luciobove

Completa l’intero progetto la facciata, edificata fra il 1665 e il 1667, anno della morte del Borromini. In essa sono presenti due piani totalmente separati, in cui il rapporto fra l’ordine maggiore e l’ordine minore delle colonne richiama gli edifici di piazza del Campidoglio di Michelangelo Buonarroti e la facciata di San Pietro di Maderno. Se al primo ordine abbiamo una sinusoide concava-convessa-concava, al secondo sono presenti tre concavità: le trabeazioni, costituite da pesanti cornici che spezzano la verticalità, fanno da scena teatrale entro la quale trovano collocazione gli attori, le tre figure di rilievo per l’ordine. A destra ecco San Giovanni de Matha, a sinistra San Felice di Valois – si tratta due fondatori dell’Ordine dei Trinitari – mentre al centro, sopra il portale d’ingresso, troneggia la scultura di San Carlo Borromeo di Antonio Raggi, eseguita fra il 1675 e il 1680.

Via del Quirinale. Credits@luciobove

Una raffigurazione di San Carlo era originariamente presente nel medaglione ovale, sorretto da due cherubini, posto al centro della facciata, ormai andato totalmente perduto.

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