Per fare l’architettura, delle volte, è necessario scardinarsi dai concetti base e sperimentare. Questo è ciò che hanno fatto i Younghan Chung Architects,  realizzando nella provincia di Chungbuk della Corea del Sud, un progetto residenziale volto ai concetti del riciclo, della personalizzazione e della ridefinizione del rapporto tra architettura e paesaggio chiamato Floating Cubes.

L’indole alla semplicità, al minimalismo e all’approccio naturale dello studio coreano ha giocato senz’altro un ruolo fondamentale nell’ideazione del progetto. Partendo dall’idea di “casa”, sono riusciti a scomporla e a ridurla al perfetto equilibrio tra interno ed esterno, pieno e vuoto, forma e funzione, mantenendo un’unità di misura dall’inizio alla fine. In questo senso, gli architetti ha progettato un complesso di 7 container cubici di dimensioni 3×3 metri rivestiti di lamiera, collocandoli in un contesto agricolo dove il verde e l’acqua hanno una presenza incisiva sul territorio circostante e sul progetto. Questi elementi naturali infatti saranno integrati a quest’ultimo, come le vasche d’acqua esterne trasformate in piscine accessibili esternamente ed internamente attraverso patii con pareti versatili.

Questi spazi cubici quindi, vengono distribuiti in maniera del tutto originale e fuori dagli schemi, sollevandoli pochi centimetri da terra con una disposizione apparentemente libera ma in realtà dettata dagli elementi naturali.

La scelta del container deriva dallo sguardo dei progettisti volto al riuso e al riciclo nel rispetto dell’ambiente. Questo tipo di unità infatti, è disponibile in grandi quantità e il processo di smaltimento dello stesso presenta costi molto più elevati rispetto a quelli di produzione, cosi nasce il riciclo dei container portuali. Questa scelta ha permesso una piena gestione e versatilità degli ambienti durante la fase progettuale ma che si ripresenta anche all’utenza nella scelta delle funzioni e dell’arredamento.

Gli spazi sono tutti connessi tra loro con pochi gradini esterni ed interni che vanno a risolvere le differenze di altezza create appositamente per trasmette ai fruitori la sensazione di camminare su un terreno naturale. Quest’ultima soluzione non va solo a creare dinamicità a livello architettonico e visivo, ma vuole stimolare le sensazioni e le percezioni dell’individuo per ricondurlo alla veridicità del contesto. In questo senso, il progetto va ad abbracciare il concetto della Promenade Architecturale sperimentata da Le Corbusier in Maison La Roche del 1925, dove anche gli spazi di collegamento diventano un momento di riflessione, elevandoli dalla loro unica funzione.

Gli ambienti interni, nonostante il rivestimento esterno in lamiera, presentano svariate aperture su pareti e soffitti consentendo l’afflusso dei raggi luminosi. L’effetto che viene restituito sono spazi luminosi e arieggiati con piccole penombre, e grazie alle finestre intagliate nella lamiera viene svelata l’unità abitativa man mano che si prosegue negli ambienti.

Credits @Yoon,Joonhwan

L’elemento naturale dell’acqua veste un ruolo di notevole importanza in questo progetto, in quanto oltre a ridefinire il rapporto con l’ambiente, funge da connettore e ornamento per l’intero complesso. Durante le diverse ore della giornata, queste piscine artificiali si trasformano in specchi d’acqua riflettendo sulla loro superficie disegni e luci sempre diversi.

Il risultato di questa particolare idea progettuale è quindi un impianto di 80 metri quadri distribuiti in maniera non convenzionale ma sicuramente originale, in un lotto naturale di 400 metri quadri. Attraverso di esso viene ridefinito l’equilibrio tra il costruito e il verde, con una struttura versatile e dinamica. Ancora una volta l’architettura di stampo orientale è riuscita a raccordare l’artificiale con il naturale.

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