Per Napoli, il 20 febbraio 2020 sarà una data da ricordare perché è in questo giorno che la città è stata liberata dal “simbolo del male”. Come se poi il male fosse un complesso residenziale di edilizia popolare e non la mancanza di uno Stato e di opportune politiche di riforma per un quartiere in forte degrado.

Si abbatte una Vela, ancora, con l’idea di dare un segno forte, di rinascita, di risoluzione. Delle sette originarie, la prima fu buttata giù nel 1997 e altre due nel 2000 e nel 2003. Ora si è dato l’avvio alla demolizione della Vela A, detta anche “Vela verde”, che durerà 40 giorni; successivamente saranno demolite anche le Vele C e D, mentre la Vela B, l’unica che si è deciso di conservare, sarà ristrutturata.

LE VELE: UN SOGNO UTOPICO MAI REALIZZATO

Le sette Vele di Scampia rappresentano a tutti gli effetti un sogno (fallito) di un architetto che aveva immaginato di trasferire in un condominio la vita di un vicolo napoletano. Furono costruite tra il 1962 e il 1975, su progetto dell’architetto Francesco Di Salvo, con l’idea di ridurre al minimo indispensabile lo spazio dell’appartamento e far ruotare il perno dell’esistenza abitativa sul “fuori”. La vita doveva svolgersi fuori, collettivamente, come del resto accade a Napoli. Walter Benjamin scrive riguardo al suo viaggio a Napoli nel 1955 che «la vita privata è una vita pubblica spinta all’eccesso, non sviluppata tra le mura domestiche, bensì nei percorsi laterali, scendendo le scale, percorrendo le strade. Ciò che distingue Napoli da tutte le altre grandi città è che le azioni e i comportamenti privati sono inondati da flussi di vita comunitaria perché l’esistere è qui una questione collettiva.»

Infatti, le Vele dovevano rappresentare la rigenerazione di un’area periferica di Napoli attraverso la realizzazione di un grande complesso residenziale con alcuni spazi comuni destinati alla socializzazione e al benessere degli abitanti, alcuni dei quali, come le aree gioco per i bambini, non sono state mai realizzate. Dunque, anziché diventare una città autonoma e organizzata, è stata “invasa” da molte famiglie rimaste senza casa dopo il terremoto dell’Irpinia e da tanti altri disgraziati sfortunati e senza un vero scopo nella vita.

Parallelamente a ciò, il progetto è stato realizzato con qualche difformità rispetto ai disegni originali: gli edifici non sono stati posizionati alla distanza prevista, le case sono state assegnate prima di ultimarle e l’assalto degli sfollati ha causato la realizzazione abusiva di alloggi nelle parti comuni. Ciò che è venuto fuori è un complesso totalmente autonomo e “blindato” rispetto alla città, con dei passaggi interni di collegamento tra le parti che, più del resto, hanno favorito un’organizzazione criminale difficilmente “controllabile”.

Il primo giorno di abbattimento della Vela Verde ©ANSA

L’ABBATTIMENTO DELLE VELE: ATTO NECESSARIO O INUTILE?

Prima di “Gomorra“, il best-seller di Roberto Saviano da cui è stata tratta l’omonima e fortunata serie tv, le Vele erano uno spettacolo di architettura brutalista visibile dagli assi urbani a scorrimento veloce della città e un qualcosa di intoccabile, di spaventoso, dove nessuno osava mettere piede. Una sorta di leggenda metropolitana che gran parte dei napoletani non hanno forse mai visto dal vivo. Dopo Gomorra tutti parlavano delle Vele, i turisti le inserivano nei loro itinerari di viaggio e intanto il dibattito politico e sociale sulla possibilità/necessità di abbatterle diveniva sempre più intenso.

La comunità si è divisa tutto sommato in due parti: c’è chi pensava (e visti gli esiti, ha avuto la meglio) che spazzare via tutto significasse ripulire una parte di città contaminata per ripartire da zero, e chi, come le università e la comunità scientifica, invece, pensava che riteneva che demolire tutto fosse antieconomico e soprattutto non risolutivo in quanto non significava cancellare la criminalità ma spostarla in altre zone.

La comunità di Scampia raccolta per assistere allo spettacolo ©ANSA

Si immaginava di poter dare una nuova funzione al complesso così da differenziare i flussi mediante nuove destinazioni d’uso di tipo direzionale e anche accademico. Le varie proposte, sviluppate anche in numerose tesi di laurea, non hanno avuto esito e l’idea di rinascita si è consolidata nelle demolizioni a cui stiamo assistendo.

Sei Vele non ci saranno più e una invece ospiterà gli uffici della Città Metropolitana di Napoli per un investimento totale di 18 milioni di euro.

Che cosa cambierà davvero? Napoli può definirsi “guarita” dai disastri degli anni precedenti? Probabilmente si è accesa una luce in questi anni che ha fatto comprendere quali fossero stati i veri errori dei decenni passati, della cattiva gestione delle classi dominanti e della complicità di una borghesia parassitaria, ma certamente l’abbattimento delle Vele non è la vera ricostruzione che stiamo aspettando da tanto tempo.

Una data storica per la città di Napoli ©ANSA

 

Il primo giorno di abbattimento della Vela A, detta anche Vela Verde, di Scampia, Napoli, 20 febbraio 2020
(ANSA/CESARE ABBATE)
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