Nell’ambito del Salone del Libro di Torino 2017 appena concluso, il prof. Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, nonché passato direttore della Normale di Pisa, ha presentato e discusso assieme all’architetto svizzero Mario Botta e al giornalista Marco Travaglio la sua ultima pubblicazione, Architettura e democrazia.

Il libro edito da Einaudi raccoglie e integra le lezioni tenute dal professore presso la giovane e qualificatissima scuola di architettura di Mendrisio, al confine svizzero, fondata dallo stesso architetto Botta nel 1995.
Le conferenze si ponevano l’obiettivo di riproporre la centralità dell’uomo nell’organizzazione dello spazio di vita e del territorio che ci appartiene, e di sottolineare la notevole importanza della responsabilità dell’architetto nella fase di ideazione e creazione di nuovi spazi nei confronti della comunità.

Luigi Ghirri, Italia in Miniatura, Rimini, da Paesaggio Italiano (1985)

Il tema della responsabilità è costante nella storia dell’architettura, nonostante più volte e soprattutto negli ultimi anni si sia assistito a derive estetizzanti in cui la coscienza collettiva sottostava alla libertà dell’architetto e alle velleità delle ormai note archistar. Ci hanno abituati in molti casi a progetti slegati da ogni contesto, “globalizzati”, schiavi di uno stile più che alla ricerca di un valore specifico del luogo. Lina Bo Bardi, famosa architetta italiana attiva in Brasile dal 1946 alla morte, nel 1992, già in “architettura o Architettura” (1958) aveva criticato fermamente questo approccio con una frase che Settis ha citato durante la conferenza:

«L’architettura può essere soffocata dalle forme, dalle composizioni, dall’aura di monumentalità. Gli architetti devono mettere al primo posto non il proprio individualismo formalizzante, ma il desiderio di rendersi utili alla gente. Non dev’essere forse oggi, l’architetto, un combattente attivo nel campo della giustizia sociale? Non deve alimentare in sé il dubbio morale, la coscienza dell’ingiustizia, un sentimento acuto di responsabilità collettiva, e dunque il desiderio di lottare per conseguire un fine moralmente positivo?»

Gabriele Basilico, da Milano. Ritratti di fabbriche (2009)

A proposito di questo, come sottolineato dal giornalista Marco Travaglio, la base e la chiave del dialogo che si instaura fra architettura e democrazia è proprio la nostra Costituzione, all’articolo 9, che detiene il primato di aver riconosciuto ufficialmente la bellezza del paesaggio e la tutela del nostro patrimonio come un diritto del cittadino oltre che uno dei principi fondamentali della nostra società:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Prima dei nostri padri costituenti pochi altri Stati avevano riconosciuto l’importanza della salvaguardia del territorio e del patrimonio architettonico e artistico (fra questi anche la Repubblica di Venezia) ma comunque con legiferazioni più di natura cautelare, tesa ad evitare la dispersione del patrimonio.

Ed è proprio sul tema della tutela che Settis durante la conferenza si sofferma più volte: come lui stesso afferma, il suo libro è anzitutto una reazione a coloro che interpretano la tutela del patrimonio come contrario di innovazione.

Salvaguardare il patrimonio che abbiamo ereditato e conservarne la bellezza ci permette di tutelare infatti quei valori identitari di appartenenza al territorio in cui viviamo, a riconoscerci nei paesaggi che vediamo, e quindi a sviluppare un senso civico nei confronti delle cose che possediamo.

Massimo Siragusa. Torino, ottobre 2011 – Piazza Castello. Centro storico.

E’ dunque importante il legame che viene sottolineato fra la bellezza del territorio e i diritti fondamentali dell’uomo: l’ambiente che ci circonda influenza in maniera determinante la nostra vita e soprattutto definisce fortemente la nostra capacità di cittadinanza.

Immaginare un’architettura che rispecchi le vere esigenze della società e della collettività, permettere di sentire un luogo come proprio e di vivere in spazi non alienanti in cui la vita di comunità e l’aggregazione vengono valorizzati e non contrastati aiuta in maniera decisiva l’affermazione della democrazia.

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