I dati parlano chiaro: l’anno scorso il Louvre parigino ha chiuso in bellezza, chiaro e forte segnale da parte della più famosa istituzione museale francese.

In seguito agli attentati terroristici del 13 novembre 2015, nei quali persero la vita 130 persone, Parigi subì un drastico calo delle visite turistiche nazionali e internazionali; il 2016 fu un anno terribile per  i monumenti e per i siti artistici francesi, situazione che solo recentemente sta rientrando.

Considerando le altre istituzioni museali nazionali, solo il Louvre è riuscito ad andare in controtendenza; fra le concause di questa crescita costante, il merito principale va alla efficiente gestione manageriale e all’incisivo marketing promosso negli ultimi anni da Jean-Luc Martinez, archeologo e storico dell’arte, direttore del museo dal 2013. Una realtà che ricorda la situazione, non troppo dissimile, del direttore del Museo Egizio di Torino, il dott. Christian Greco.

Louvre Parigi. Credits @weekendpremium.it

 

Il bilancio

Il bilancio 2017 è stato chiuso con una cifra che ammonta a 320 milioni di euro, 103 milioni in più rispetto all’anno precedente; una cifra considerevole arriva proprio dai biglietti d’ingresso che hanno permesso al museo di incamerare 83 milioni, 23 in più rispetto al 2016.

8,1 milioni di persone hanno visitato il museo, 70% dei quali rappresentato da stranieri. All’intramontabile valore attrattivo e turistico che l’edificio simbolo e le collezioni in esso custodite possiedono – i vari comparti edilizi del museo raccontano oltre 800 anni di storia francese – si somma una programmazione espositiva decisamente ricca e corposa, composta da mostre tematiche di gran successo fra il pubblico. L’ultima rassegna dedicata alla pittura olandese, “Vermeer e i maestri della pittura di genere”, chiusasi qualche mese fa, ha fatto registrare oltre 325.000 visitatori.

L’aspetto filantropico e le donazioni da parte di mecenati ha portato nelle casse circa 16 milioni di euro, a fronte dei 12 del 2016, nonché 15 milioni ricavati dall’affitto degli spazi destinati a eventi paralleli; a fine anno il fondo di dotazione ammontava a 195 milioni di euro, una cifra considerevole.

 

Louvre Abu Dhabi

Il 6 marzo 2007 venne firmato il più grande accordo intergovernativo fra due nazioni, la Francia e gli Emirati Arabi Uniti; si tratta di un programma culturale assolutamente innovativo, interculturale e azzardato. L’edificio inaugurato ad Abu Dhabi lo scorso 11 novembre è un progettato dell’Ateliers Jean Nouvel di 97.000 mq di superficie, 6.400 dei quali destinati alle esposizioni, racchiusi sotto una grande e complessa cupola ribassata di 180 m di diametro.

A dieci anni dall’accordo siglato, i benefici – e i doveri – sono vari, non solo di natura economica; il museo di Abu Dhabi potrà utilizzare il nome Louvre per 30 anni e 6 mesi, mentre la Francia si impegna a fornire curatori, conservatori ed esperti di museologia al fine di formare il personale locale; a questo si somma la garanzia per l’organizzazione di 4 mostre all’anno per i prossimi 15 anni e la istituzione di una creazione permanente di opere, scelta questa che permette agli Emirati Arabi di autogestirsi nel giro di 20 anni.

620 in tutto le opere provenienti dal Louvre parigino, dal d’Orsay, dall’Orangerie, dal Centre Pompidou, dalla Biblioteca nazionale di Francia, dal Museo Rodin, dal castello di Versailles e da altre 11 istituzioni, che ora possono essere ammirate nell’avveniristica costruzione adagiata a metà fra il deserto e il mare, fra una nazione mediorientale e una delle più importanti potenze europee.

Nel bilancio economico del 2017 del museo parigino è rientrata anche la seconda rata di 73,4 milioni di euro ottenuta grazie alla licenza rilasciata ad Abu Dhabi per l’ utilizzo del marchio “Louvre”, cifra che quasi eguaglia le entrate economiche ottenute grazie alla vendita dei biglietti d’ingresso.

 

…Una nuova âge d’or?

Uno dei più famosi musei del mondo diventa marchio, brand, e in quanto tale può entrare a pieno titolo nelle logiche di mercato, della compravendita, dell’utilizzo, dello sfruttamento.

L’idea di utilizzare il patrimonio storico nazionale per guadagnare non è recente né tantomeno innovativa; da questo lato delle Alpi fu proprio Mario Pedini, secondo ministro per i Beni culturali della Repubblica nel 1976-78, a lanciare la metafora del patrimonio come «petrolio d’Italia», da valorizzare e da “qualificare” a qualsiasi livello.

La valorizzazione in toto e a qualsiasi costo diventa il fine primario, in Italia quanto in Francia, volendo lo sfruttamento di un bene storico e artistico anche a costo di metterne a repentaglio la stessa integrità; la valorizzazione diventa un fatto economico, perdendo la primigenia accezione di guadagno e crescita culturale, personale, per tutti i fruitori che vogliono goderne la visione.

Da Roma a Firenze, numerosi sono i casi di mala gestione del nostro patrimonio artistico, come quello dello spostare le sculture da destinare alle mostre amputandone pezzi – è il caso della Santa Bibiana di Gian Lorenzo Bernini traslata dall’omonima chiesa romana fino alla galleria Borghese -, organizzare banchetti sotto il David di Michelangelo, passando per la triste sorte legata al bassorilievo canoviano in gesso conservato nell’Accademia delle belle arti di Perugia, andato in mille pezzi nel 2013 nel tentativo di staccarlo dalla parete dove er originariamente collocato, sempre per trasportarlo a una mostra temporanea.

Cena dentro la Galleria dell’Accademia, Firenze. Credits@quotidiano.net

«Il mecenatismo-in-cambio-di-qualcosa, le concessioni e la gestione, le fondazioni e i partenariati pubblico-privato sono tutti gradi intermedi della stessa scala di “valorizzazione”: una valorizzazione che ricaccia il patrimonio nella sfera dei valori di mercato e sottrae a esso la possibilità di avere un ruolo nella costruzione dei valori costituzionali».

Tomaso Montanari

Indubbiamente i beni che la storia ci ha consegnato possono essere utilizzati per divulgarne la conoscenza, la fruizione e anche per poter incamerare guadagni economici, ma se il fine primo di questo agire diventasse il mero aspetto economico, ecco che questo finisce per svuotare completamente il valore culturale che noi stessi, come società e come estimatori di opere d’arte, diamo a quegli oggetti.

Tutto questo denaro in più permetterà al museo parigino di investire in nuovi servizi e di accrescere la propria collezione… ma a quale prezzo?

 

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