Poche altre nazioni in Europa vantano una tale appartenenza comune a un glorioso passato nel quale identificarsi come la Grecia: nella capitale Atene bandiere nazionali sventolano numerose sia sulle facciate degli edifici statali tanto quanto in ambiti privati, edifici residenziali, sui balconi, nei ristoranti e anche in qualche negozio. Isolate rispetto a zone turistiche, si trovano anche all’interno di corti urbane il più delle volte semiprivate e invisibili dalle strade.

La Grecia moderna ha una storia relativamente breve, una nazione che ottenne l’indipendenza dall’Impero ottomano unicamente nel 1822, dopo secoli di dominio straniero; il profondo riscatto politico e culturale maturato nel corso dell’Ottocento ha portato gli abitanti della penisola balcanica, discendenti dei micenei, dei cretesi e dei dori, a rispecchiarsi nel glorioso passato dei loro antenati. Uno stimolo a costituirsi come popolo accomunato da una scrittura, una lingua e da tradizioni specifiche e uniche, ad affacciarsi al mondo come nazione libera “culla della civiltà occidentale“.

L’imponenza dell’Acropoli sul resto del paesaggio ateniese. Credits@archeologytravel

Atene è oramai una città cosmopolita, aperta al turismo e dotata di un ricco patrimonio esposto in oltre ventidue gallerie presenti sul territorio urbano: fra i vari siti ricordiamo il Museo Archeologico Nazionale, il Museo Bizantino e Cristiano, il Museo dell’Antica agorà e, ovviamente, il Museo dell’Acropoli.

L’Acropoli per antonomasia

Nel 1834 l’area dell’antico monte sacro per i greci smise di essere utilizzata come fortezza per divenire area archeologica. Durante il periodo veneziano e successivamente quello ottomano gli edifici superstiti dell’Acropoli vennero reimpiegati a seconda delle esigenze; il più importante, il Partenone, divenne prima chiesa, successivamente moschea e addirittura deposito dell’artiglieria turca.

I saggi archeologici portarono alla luce numerosi reperti appartenenti a diverse epoche, dalla fase arcaica al periodo classico e tardo classico dell’arte attica, passando per la cosiddetta colmata persiana; si tratta di un “seppellimento rituale di oggetti votivi, carichi di valenze religiose e quindi degni di essere sottratti al deterioramento” effettuati dagli ateniesi stessi nel 481 d.C. a seguito della distruzione della città da parte dei Persiani.

Questo simbolico passaggio da quella che fu l’Acropoli oramai incendiata alla rinascita della nuova Athína coincise con la creazione degli edifici più importanti del periodo classico greco; i Propilei di ingresso, il tempietto di Atena Nike, l’Eretteo e il Partenone, l’edificio religioso considerato perfezione dell’architettura antica.

Nel corso del 1863 si decise di creare un museo a ridosso del fronte sud del Partenone per contenere i numerosi reperti rinvenuti nei primissimi scavi; un primo edificio venne concluso nel 1874 e a distanza di quattordici anni venne ampliato con un secondo volume.

L’architettura contemporanea del Museo dell’Acropoli

A partire dal 1979 si fece forte l’esigenza di creare un nuovo spazio consono alle esigenze espositive contemporanee, liberando l’acropoli dagli ingombri volumetrici non pertinenti; dai quattro concorsi che negli anni si susseguirono, venne selezionata la proposta presentata nel 2000 dell’architetto svizzero Bernard Tschumi, coadiuvato dal collega greco Michael Phodiates. Il nuovo edificio si trova a 300 metri a sud-est dall’Acropoli, completato nel 2004 ma aperto solo nel 2009; esso è in una  una posizione che mette i visitatori delle sale espositive in contatto visivo diretto con l’origine dei manufatti conservati.

L’area destinata ad accogliere il nuovo volume è densa di stratificazione archeologica, a partire dall’età del Bronzo, aspetto che ha condizionato il lavoro dei progettisti e dei loro team. La ricchezza degli scavi ha permesso di pensare al nuovo edificio come a una sommatoria di livelli sospesi mediante 100 pilastri di cemento armato sull’area interessata dai saggi.

Vista aerea che pone bene in evidenza il rapporto fra il Museo e l’Acropoli. Credits@archdaily

L’esterno dell’edificio viene percepito come una sovrapposizione di tre volumi poliedrici dissonanti, per quanto geometricamente schematici. Ampie superficie vetrate, setti rivestiti di onduline in acciaio e grigie texture cementizie conferiscono un aspetto sobrio e solenne, consono alla posizione e all’importanza culturale del museo. Un’aggettante pensilina guida il visitatore verso l’ingresso, area di sosta ideale per volgere lo sguardo al sacro colle attico.

Riguardo alle destinazioni dei vani, sui 14.000 mq di superficie espositiva il livello interrato dei ritrovamenti viene lasciato a vista all’esterno grazie a un’ampia asola tagliata nel pavimento dell’ingresso e  all’interno mediante vetrate calpestabili. Il pianto terra è comprensivo di accoglienza, servizi per i visitatori, un auditorium e aree per mostre temporanee, un mezzanino dedicato alla fase arcaica e un terzo e ultimo livello per i reperti provenienti dal Partenone.

Rapporto visivo fra il Museo e l’Acropoli. Credits@inexhibit

Dopo il rapporto con i ritrovamenti archeologici e il contesto urbano, la seconda peculiare caratteristica del museo è l’utilizzo della luce naturale; trattandosi di materiali archeologici scultorei, l’ampia illuminazione diretta dei reperti – con ampie finestrature a tutta altezza e lucernai sommitali e luci spot artificiali – gioca un fattore estremamente importante nella lettura delle opere. Quasi mai schermati, i raggi creano nette linee d’ombra sui reperti con l’intento di restituire una visione il meno alterata possibile degli altorilievi, dei frontoni, delle steli esposte.

La salita verso la sommità del museo descrive un percorso attraverso un periodo di tempo di oltre quindici secoli, suddivisi per cinque aree tematiche; la rampa che conduce al mezzanino grazie all’utilizzo del vetro offre una chiara visione dei ritrovamenti sottostanti, per quanto i numerosi gruppi di visitatori non permettano uno sguardo d’insieme generale ma solo per piccoli settori. Arrivati al mezzanino basta volgere lo sguardo all’ingresso per avere una vista frontale delle cariatidi, originariamente posizionate nell’Eretteo e ora sostituite da copie.

L’ambiente più interessante è senza dubbio il piano dedicato al Partenone; un corpo completamente vetrato permette una vista a 360° su Atene, e la rotazione di 23° rispetto ai corpi edilizi sottostanti pensata dai progettisti ricrea fedelmente l’orientamento del tempio dedicato ad Athena Parthenos.

“Gli elementi che danno vita al Nuovo Museo dell’Acropoli fanno perno sulla luce naturale – più che in ogni altro tipo di museo […] I nuovi spazi espositivi possono essere descritti come parte di un museo fatto di luce naturale, per quanto riguarda la presentazione delle opere sculture esposte al suo interno, il cui aspetto si trasforma continuamente nel corso della giornata.” Bernard Tschumi

Uno spazio centrale proietta continuativamente un video inerente alla storia del tempio e alle complesse vicissitudini storiche, fino ai restauri intrapresi negli anni ’30 del secolo scorso e ai recenti interventi di anastilosi.

I due frontoni scultorei a tutto tondo, le metope della trabeazione e gli altorilievi del fregio continuo della cella trovano posto in una collocazione spaziale esatta, permettendo una veritiera comprensione del loro significato e della lettura iconografica. Oltre la metà degli elementi esposti è però composta da copie in gesso eseguite sugli originali conservati a…Londra.

I marmi del Partenone e la Brexit

Il British Museum di Londra ospita nella stanza 18 delle sue gallerie numerosi marmi provenienti dal Partenone, opere di Fidia e dei suoi collaboratori; parte dei due frontoni e gli altorilievi meglio conservati delle metope e del fregio della cella.

Thomas Bruce, VII conte di Elgin, fra il 1801 e il 1805 li prelevò da Atene per portarli in Inghilterra, per poi essere acquistati nel 1816 dal governo britannico; dal momento che la “razzia” avvenne sotto il periodo di dominazione ottomano, una volta ottenuta l’indipendenza politica la Grecia ha sempre cercato di riottenerne la restituzione.

Solo i pezzi meglio conservati vennero prelevati, lasciando in sede le parti oramai compromesse dal tempo; argani e seghe permisero il brutale distacco dalla sede attica, crimine aspramente condannato come vandalico. I documenti dell’epoca sono confusi e non di certa attribuzione, compreso quello rilasciato dalle autorità ottomane che avrebbero dovuto sancire il permesso di spoliazione e conservatosi in una copia tradotta in italiano citata nel testo “Lord Elgin and the Marbles” di William St. Clair.

Il referendum di tipo consultivo riguardo alla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea del 23 giugno 2016, denominato Brexit, ha avuto come esito la vittoria del leave; questa storica situazione diventa l’occasione del Governo ellenico per richiedere la restituzione di quegli elementi conservati in una Londra sempre più “distante” dall’ambito europeo.

I marmi come merce di scambio, i marmi come mezzo che permette al premier inglese Theresa May di crearsi nuovi alleati in vista dei duri scontri che nei prossimi mesi avranno per teatro i banchi di Bruxelles. La neo ministra della cultura greca Lydia Koniordou riapre al dialogo con la controparte inglese Jeremy Wright, sperando di riuscire a instaurare un dialogo che realizzi il rientro ad Atene delle opere.

Il commissario responsabile della Cultura europea Tibor Navracsics ha già spiegato che il Regno Unito era entrato in possesso dei reperti archeologici prima della ratifica di specifiche leggi – come la direttiva sull’esportazione dei beni archeologici, applicabile a partire dal 1993 – quindi un ritorno in patria con i canali burocratici ufficiali è tutt’altro che applicabile.

Calco in gesso dell’oroginale conservato al British Museum accostato al reperto di Atene. credits@luciobove

L’instabilità politica europea potrebbe paradossalmente portare a un dialogo parallelo fra i due Paesi in causa, riuscendo a conciliare le esigenze espositive del massimo museo archeologico londinese con l’orgogliosa caparbietà greca, vincendo dove politica e burocrazia hanno sempre fallito.