“Narcisismo”, “Ermafroditismo”, “Bello come un Adone”, “Piantata in asso”. Sono termini, definizioni, alcune colloquiali, ormai nell’uso comune del nostro linguaggio. Raramente ne conosciamo l’origine eppure senza saperlo, stiamo attingendo da quella grande enciclopedia di miti antichi e storie che è l’opera prima di Ovidio, le Metamorfosi: tema centrale dell’esposizione.

Venere ed Eros. Photo credit: Simone Gramegna

Ovidio nasce a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C. e muore in esilio a Tomi (oggi Costanza, in Romania), sulle rive del Mar Nero. nel 17 o 18 d.C. In aperto conflitto con la politica di Augusto, attuata da questi attraverso la propaganda della propria immagine, il poeta occupa un posto d’onore tra i suoi più acerrimi nemici. Dissacratore degli dei sacri all’Imperatore e quindi a Roma, li racconta come libertini, vendicativi e rancorosi, facendosi beffe di loro e, al tempo stesso, li descrive come vulnerabili, capaci di vivere amori straordinari e indicibili dolori. Nel renderli “umani”, li sigillerà nella storia, per l’eternità. È proprio questo il conflitto mostrato nella prima parte della mostra, che conduce il visitatore fino ai miti delle Metamorfosi, opera che cambierà per sempre la letteratura e la cultura del mondo moderno.

Raccontare questa mostra è compito arduo per la sua complessità, ma descrivere come ha preso vita, a partire proprio dall’allestimento, diventa un gesto quasi spontaneo, necessario. Il progetto scientifico nasce dalla volontà della curatrice, Francesca Ghedini – Docente di Archeologia all’Università di Padova e Direttore del dipartimento di Archeologia- di celebrare il bimillenario della morte del grande poeta classico Ovidio, mentre la realizzazione dell’allestimento è stata curata dall’Arch. Francesca Elvira Ercole e da me, Francesca Cicinelli. Una commemorazione resa imponente e massiccia attraverso la scelta di oltre 250 opere, con l’importante collaborazione del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e 80 prestiti provenienti da tutto il mondo: opere archeologiche che si alternano a quelle meravigliose di epoca moderna. Un’esposizione che vuole raccontare non solo la fortuna di Ovidio attraverso i secoli ma anche l’influenza storico artistica che ha avuto nella cultura occidentale tutta.

Photo credit: Simone Gramegna

L’intento di un allestimento tanto imponente è quello di risolvere questa necessità composita ed eterogenea del progetto, senza imporsi. Abbiamo così creato spazi raccolti che non “inghiottono” le opere ma che si piegano a esse. Tinte neutre e un movimento pulito ma continuo degli elementi che s’intrecciano e sovrappongono senza mai entrare in conflitto: una pedana distanziatrice che è il filo continuo della storia, basi di appoggio, teche, pareti che si stagliano nello spazio aggettandosi fuori dal muro, creano un dialogo unico laddove la varietà e l’eterogeneità dominano: affreschi provenienti da Pompei sono accostati a dipinti del 1500. Poi, ancora, gemme, monete, vasi, tessuti, statuette di bronzo, terracotte e maestose statue di marmo, come l’Augusto capite velato di Aquileia o la Venere Pudica degli Uffizi. Una varietà di reperti straordinaria, non semplice da esporre in un dialogo continuo.

L’allestimento in questo diviene protagonista insieme alle opere stesse. Nel processo di creazione di una mostra la scenografia ha sempre lo scopo di aiutare il curatore nello sviluppo del suo progetto scientifico, e il pubblico, nella comprensione di quei contenuti; mai come in questo lavoro, tuttavia, si rivela uno strumento di comprensione fondamentale e cammina sul medesimo binario del progetto curatoriale. I manoscritti dominano la scena: la parola accompagna le opere e ancor più il visitatore, perché sono le frasi di Ovidio, citazioni della sua opera più importante, le Metamorfosi, appunto, che attraversano e raccontano le opere esposte e che hanno plasmato la storia dell’arte tutta. Ovidio crea un’iconografia che attraversa i secoli.

Photo credit: Simone Gramegna

La mostra ha inizio in un piccola tholos, un tempio della parola (ancora una volta, l’allestimento si dipana insieme al racconto) che presenta Ovidio e lo celebra attraverso l’esposizione di alcune copie delle sue opere: codici miniaci, membranacei e stampe su carta. Al centro la più antica pervenutaci, un manoscritto proveniente dalla biblioteca centrale di Napoli risalente all’XI secolo, una straordinaria fortuna mai andata perduta, che vede il poeta trasformato, “moralizzato” durante il Medioevo.

Photo credit: Simone Gramegna

Infine, questa stessa parola che esplode, si fa aliena nell’arte e attraverso l’arte, anello di congiunzione tra la letteratura e la rappresentazione formale e figurativa. Ovidio diventa fisico e immortale ma ancora scritto: questa l’installazione dell’artista americano Joseph Kosuth, luci al neon che si espandono per tutte le sale.

Ancora, poi i molti miti, distinti, sempre da metamorfosi animali o vegetali: Giove che si trasforma in toro e in cigno, il cacciatore sfortunato Atteone in cervo, Dafne nell’albero dell’Alloro, Adone nel bellissimo fiore dell’Anemone, ma è alla fine di questo viaggio, nell’ultima sala, con la ripresa rinascimentale dei miti ovidiani che si esprime l’apoteosi del poeta, racchiusa nel mito, l’ultimo, di Ganimede, elevato a emblema del trionfo ovidiano. Ganimede, giovane mortale rapito da Giove sottoforma di un’aquila divina è condotto nell’Empireo, diventando il coppiere degli dei.

Photo credit: Simone Gramegna

In tal modo, si compie il Trionfo di Ovidio: ecco che il poeta sarà ricordato per sempre:

“I libri sono per me un monumento più grande e duraturo…ho fiducia che daranno al loro autore fama e immortalità”

Così si concludono le Metamorfosi, con una sola, vibrante parola: “Vivam” (Io vivrò).

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