La sede espositiva

Palazzo Braschi è l’ultimo edificio testimone del nepotismo pontificio; venne costruito a partire dal 1792 per volere di papa Pio VI Braschi a beneficio della sua famiglia, come ricordano gli emblemi araldici che si trovano nell’edificio. Situato lungo il lato meridionale di piazza Navona, in pieno centro storico, dal 1952 ospita il Museo di Roma, ente che si prepone di esporre, attraverso percorsi tematici, alcuni aspetti della capitale, dalle vedute romane del ‘700 fino agli interventi di sventramento avvenuti a discapito del tessuto storico tra ‘800 e inizio ‘900.

All’interno di questa cornice, fino al 30 settembre, sarà possibile visitare la mostra “Raffaele de Vico (1881-1969). Architetto e paesaggista“, un excursus sulle opere e sui progetti del famoso paesaggista di origini abruzzesi attraverso un centinaio di opere, fra progetti, fotografie, disegni e documenti e cimeli, alcuni mai esposti prima. Il materiale, proveniente dalle collezioni capitoline dello stesso Museo di Roma, dalla Galleria d’Arte Moderna, dal Museo Pietro Canonica di Villa Borghese e da alcuni archivi municipali, primo fra tutti l’Archivio Storico Capitolino, al quale gli eredi dell’architetto hanno donato parte del fondo personale del Nostro.

 

Raffaele de Vico (1881-1969)

Raffaele de Vico nacque a Penne (Pescara) nel 1881. Figlio dello scultore Angelo de Vico, frequentò dapprima la sezione di agrimensura dell’istituto tecnico di Chieti, per poi diplomarsi nel 1901 come perito agrario a Castellamare Adriatico, originario nome del capoluogo abruzzese. Questa prima formazione lo portò a intraprendere un percorso in ambito architettonico, conclusosi con il conseguimento del diploma nel 1907 a Roma, presso l’Istituto superiore di belle arti. Il trasferimento nella giovane capitale d’Italia gli permise di entrare in contatto diretto con le tumultuose trasformazioni che stavano investendo Roma, cambiamenti dettati da nuove esigenze di tipo istituzionale, ma anche economico e sociale.

De Vico conobbe Pompeo Passerini (1858-1947), allievo e collaboratore di Giuseppe Sacconi (1854-1905) – il progettista del Vittoriano di piazza Venezia – ed è proprio grazie al lavoro svolto nello studio di Passerini fra il 1908 e il 1914 che la predilezione per il “barocchetto” romano troverà fertile terreno nel giovane architetto abruzzese.

A seguito della parentesi di stasi dovuta al flagello della Grande Guerra, all’interno della quale trovò parte attiva, Raffaele de Vico riuscì a coltivare l’interesse per i giardini e le sistemazioni urbane a verde.

Foto di inizio secolo che ritrae Raffaele de Vico al lavoro. credits@srchitetti.san.beniculturali

 

Anni ’20, il delinearsi delle tematiche predilette

Superate le giovanili esperienze, è in Villa Borghese che il nostro affronterà, per la prima volta, alcuni dei temi che diventeranno peculiari del suo modus operandi; innanzitutto il progressivo lavoro per il superamento delle irregolarità del terreno con il principio guida del rispetto dell’orografia naturale, concretizzando al meglio le potenzialità che queste possono dare nell’ottenere sensazionali viste e ambienti spazialmente scenografici.

La forte tradizione italiana legata alla sistemazione a giardino venne fatta propria da de Vico, coniugando consolidate strategie di intervento con nuovi approcci, dettati dalla contemporaneità; concentrandoci anche solo sull’area romana e laziale, insigni sono gli esempi dei giardini di Villa Madama (ex Medici), Villa d’Este a Tivoli, Villa Lante a Bagnaia, palazzo Farnese a Caprarola, Villa Aldobrandini a Frascati, fino ad arrivare alle seicentesche sistemazioni a giardino e a parco delle dimore principesche, urbane e suburbane, di Villa Sacchetti, Villa Pamphilj e, ovviamente, Villa Borghese. In questo ambito si staglia la progettazione del serbatoio d’acqua, situato a poche centinaia di metri dalla residenza Borghese, che ben esprime il “barocchetto” delle forme ricercate da de Vico: due ordini sovrapposti racchiudono le pareti convesse rivestite in laterizio giallo, elementi che celano la vasca di decantazione dell’acqua posizionata al secondo livello.

Il serbatoio di Villa Borghese. Credits@wikimedia

Raffaele de Vico in visita al cantiere del serbatoio di Villa Borghese. credits@tgtourism

L’architetto venne successivamente confermato come “consulente artistico per i giardini”, status che gli permise di essere chiamato, nelle vesti di libero professionista, a lavorare a numerosi progetti.

Tra il 1923 e il 1926 de Vico è chiamato dal Comune di Roma a intervenire su vaste aree di espansione urbana verso nord, compreso il “Parco cella Rimembranza” di Villa Gori, il “Parco della Vittoria” a Monte Mario e il progetto del “giardino-fontana” di Piazza Mazzini. Quest’ultimo si presenta come una grande vasca centrale, circondata da bassi parterre all’italiana adorni di statue e sedute. Manieriste volute in cemento armato sorreggono possenti crateri – elementi ripresi da sculture ottocentesche dei giardini di villa Borghese – e aquile imperiali, mentre la vegetazione piantata è disposta in modo tale che si possa godere del giardino del neonato quartiere Mazzini durante varie stagioni, isolandosi dagli edifici che lo circondalo; allori, bosso e licini si alternano lungo il fronte esterno del giardino, sistemazione ancora oggi ben visibile.

Per Valle Giulia, dal 1926, de Vico progettò un intero comparto urbano nel quale potessero trovare sistemazione, accanto all’Accademia inglese, la nuova Accademia delle Belle Arti, un Liceo Artistico, il Pensionato Nazionale e la Scuola Libera del Nuoto; il progetto, adeguandosi alla pendenza orografica del terreno, presenta una sporgenza adibita a belvedere, uno spazio ornato di pini con vista sulla cupola di San Pietro. Il progetto verrà realizzato solo in parte, situazione che non permette di cogliere a pieno il potenziale urbano ricercato dal nostro.

 

Anni ’30, la “Grandezza di Roma”

Il terzo decennio del secolo scorso è caratterizzato dal pieno potere politico del fascismo italiano, decade che coincide con il periodo di massimo consenso; la propaganda cerca di trasformare Roma, rendendola una città moderna, competitiva e degna capitale del neonato impero coloniale. Piazza Venezia diventa il centro di Roma, luogo atto a contenere le adunate coatte di folla, il cuore dell’essenza stessa del ventennio. Tra il 1926 e il 1931 era stato demolito il rinascimentale quartiere Alessandrino per fare spazio alla via dell’Impero (attuale via dei Fori imperiali), asse viario rettilineo che collega il Colosseo con il Vittoriano, quindi la zona compresa fra piazza Venezia e il monumento a Vittorio Emanuele II si ritrova senza una propria identità; nel progetto di de Vico, due “esedre arboree” riprendono la forma arcuata del candido monumento, incorniciandolo e nascondendo poi a chi arriva dal Corso il vuoto creato dal recente sventramento urbano. Si tratta di alti basamenti in travertino sopra i quali vengono piantati cipressi e pini sempreverdi, pilastri verdi che prospetticamente portano l’osservatore a guardare verso il monumento del re: una suggestione ripresa dalla barocca piazza San Pietro, un illusionismo ottico creato da Gian Lorenzo Bernini fra il 1656 e il 1667 per “incastonare” la gemma della cristianità, la Basilica, all’interno del cono visivo del fedele. Negli stessi anni l’architetto si occuperà anche del limitrofo parco archeologico del colle Oppio, rilievo prospiciente l’arena dei Flavi; ancora oggi i due ingressi progettati accolgono i fruitori di questo spazio verde situato nel cuore di Roma

Degni di nota, nell’idea di espansione urbana della città verso il mare voluta da Mussolini a partire dal 1930, il grande parco per il borgo di Ostia “Vecchia”, sistemazione verde che ruota intorno alle emergenze più importanti ivi presenti, il monumentale castello di papa Giulio II della Rovere, l’annesso borgo e le vestigia della mirabile e sontuosa Ostia romana.

 

Anni ’50 e ’60, la fine di una grande carriera

Gli anni prima del pensionamento sono caratterizzati da un susseguirsi di sperimentazioni e di intuitivi progetti, molti dei quali rimasti unicamente sulla carta. L’ultima importante commissione è la progettazione e realizzazione dei giardini dell’EUR (ex E42), ripresi partendo da disegni e schizzi creati a partire dal 1938 su richiesta dell’architetto Marcello Piacentini. Il “Parco centrale” e la “Grande cascata”, i cui lavori furono ripresi e terminati fra il 1955 e il 1961, sono due ibridi di forme monumentali ammorbidite da elementi paesaggistici, nei quali i salti di quota e i dislivelli – in alcuni casi anche artificiali – evocano chiari echi barocchi e rococò, prime fra tutte le cascate della Reggia di Caserta.

 

Il senso che nasce dalla visita all’esposizione nel Museo di Roma mette in contatto con la mente prolifica e affascinante di Raffaele de Vico. Egli rappresenta un personaggio poliedrico e pragmatico, la cui conoscenza permette di entrare meglio in contatto con alcuni aspetti della capitale, oscure ai più; una Roma che, nel continuo della sua millenaria storia, cambia volto ma rimane sempre se stessa, anche grazie a chi vi ci opera.

 

Periodo

Dal 16 maggio al 30 settembre 2018

Luogo

Museo di Roma

Piazza San Pantaleo 10, Roma (RM)

Orari

Dal martedì alla domenica ore 10.00-19.00

Giorni di chiusura: 1 Maggio

Biglietti

Intero € 9,50
Ridotto € 7,50.
Per i cittadini residenti nel Comune di Roma (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza)
Intero € 8,50
Ridotto € 6,50