Hans Kollhoff nasce nel 1946 a Lobenstein, in Turingia. Nel 1968, durante la stagione dei movimenti studenteschi, inizia gli studi all’università di Karlsruhe sotto l’influenza indiretta degli insegnamenti di Egon Eiermann, architetto tedesco tra i più significativi esponenti dell’architettura razionalista del secondo dopoguerra. Lì sviluppa l’amore per il dettaglio e impara l’importanza delle regole del mestiere dell’architetto, lasciando in secondo piano le ambizioni artistiche. Nel 1975, dopo aver lavorato per Gerhard Assem e Hans Hollein ampliando il suo repertorio formale, porta a termine il percorso accademico.

Fin da subito Kollhoff si interessa alla relazione tra città e architettura grazie agli studi dei grandi del postmoderno come L’architettura della città (1966) di Aldo Rossi in cui quest’ultimo aveva mosso forti critiche al “funzionalismo ingenuo” presentando la teoria della permanenza delle strutture urbane, e “Complexity and Contradiction in Architecture” (1966) e “Learning from Las Vegas” (1972) con Denise Scott Brown di Robert Venturi dove metteva in dubbio l’esperimento formale moderno attraverso riflessioni sul contenuto simbolico dell’architettura del “consueto” e del “quotidiano”.

Kop Van Zuid Housing Complex, Rotterdam © Francesco Mazzi

In seguito alla conclusione dell’esperienza universitaria a Karlsruhe, impressionato dalla lettura di un articolo firmato da Oscar Mathias Ungers, Kollhoff vince una borsa di studio istituita dal DAAD per andare a studiare alla Cornell University. A quel tempo la Cornell è una delle più interessanti scuole di architettura e grande polo di attrazione per architetti esordienti come Rem Koolhaas, vantando professori del calibro di Colin Rowe e dello stesso Ungers. Secondo una lettura di Kenneth Frampton la Cornell degli anni 70’ fu profondamente divisa in due fazioni contrastanti: la prima legata all’insegnamento di Rowe, orientato alla reinterpretazione artistica di Le Corbusier e Camillo Sitte, e l’altra ad Ungers, orientato invece verso una lettura storica e formale del movimento moderno.

Durante questi anni, fino al 1978, Kollhoff lavora nello studio di Ungers dove sviluppa i caratteri di quella che da lì in avanti sarà la base della sua architettura fondata sul genius loci; la possibilità progettuale di scoprire la poetica del luogo e di darle un’espressione scultorea attraverso la pratica architettonica diventa la base della sua cultura del progetto. Questo aspetto lo si può riscontrare nel Knsm-Eiland (1989-94) ad Amsterdam dove l’edificio si spezza in diversi episodi narrativi che si relazionano con l’immediato contesto, ed ogni facciata ha così la sua immagine, le sue origini.

Knsm-Eiland, Amsterdam © Francesco Mazzi

Punto di svolta della cultura progettuale kollhoffiana è “l’iper-ponderazione del discorso artistico”; riflessione sulla figura dell’architetto in un tempo dove le pretese artistiche introducono un fatale indivisualismo. Kollhoff critica l’approccio di architetti-artisti votati al dinamismo postmoderno, preso a prestito dai lavori di Kandinskij e Malevič, che riconoscono la modernità nell’astrattismo architettonico considerato da lui anacronistico. Le sue architetture prediligono lo studio del dettaglio come leggibilità dell’intenzione artistica e l’uso della pietra, materiale con il quale è possibile relativizzare la nostra esistenza individuale come si può notare nel progetto Leibnizkolonnaden (1997-2000) a Berlino costituito da due elementi dominanti: i prospetti di pietra, progettati con un ritmo dato dall’uso di una griglia e declinati con variazione date dal loro disegno di dettaglio, e lo spazio pubblico, in cui i due lunghi porticati che contengono la piazza inseriscono una pausa, un filtro tra la dimensione pubblica del progetto e quella privata.

“Nella pietra si condensa tutta la nostra memoria. Che cosa sarebbero i grattacieli a curtain wall di Mies van der Rohe senza i blocchi in travertino degli ascensori!”

Hans Kollhoff

Questo approccio di Kollhoff alla modernità non è da considerarsi improduttivo in un’ottica evolutiva dell’architettura, bensì si pone come anello di rinnovamento in una catena fatta di esperienze moderne conclusesi con la seconda guerra mondiale di architetti come Hendrik Petrus Berlage, Peter Behrens, Auguste Perret e Adolf Loos, modello di riferimento per Kollhoff avendo per primo messo in guardia dalla smania di originalità e dalle false pretese artistiche: «La vanità era ignota agli antichi maestri».

L’architettura di Hans Kollhoff, in sintesi, non vuole inserirsi in un panorama contemporaneo costellato di archistar e avanguardie, intese come atti liberatorio e di rinuncia dei canoni tradizionali, ma piuttosto aspira ad essere un buon esempio di architettura basato sulla ricerca solitaria e responsabile di un’espressione architettonica che preferisca l’intensità di una logica tettonica e di qualità strutturali alla mera espressione artistica. La cura del dettaglio architettonico, per cui è considerato un maestro, permette a chi osserva di appropriarsi sensibilmente della strutturazione dell’edificio su diversi livelli.

Torre per uffici in Potsdamer Platz, Berlino © Vincent Mosch

Esempi perfetti sono la Torre per uffici (1997-2000) in Potsdamer Platz a Berlino con il suo sistema di facciate sovrapposte e Kop Van Zuid Housing Complex (2003-2005) a Rotterdam dove l’intensità data dal gioco di volumi viene declinato in diverse situazione date dal rapporto il contesto: ciò che inizialmente dà un’impressione di unitarietà si rivela poi altamente complesso su un altro livello.

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