Lo scorso 17 novembre la personalità più poliedrica della nostra scena artistica, Rem Koolhaas, ha compiuto 75 anni. Architetto, giornalista, sceneggiatore per una breve esperienza, docente e ricercatore affermato, è tra i più influenti, e forse discussi, liberi pensatori e teorici dell’architettura dei nostri tempi, fondatore dell’Office for Metropolitan Architecture OMA dal 1975 e della controparte sul versante della ricerca think thank AMO, dal 1999.

Olandese di origine, ha vissuto per i primi anni della sua vita in Indonesia dove, con ogni probabilità, ha cominciato ad osservare il ritmo frenetico e la diversa intensità della vita in quei luoghi, di gran lunga distanti dal modus vivendi occidentale.

La copertina di Delirious New York del 1978 © OMA.eu

Nel 1978 con il suo Delirious New York ha raccontato la storia di una città dalla profonda bellezza indipendentemente dagli architetti. Ha puntato l’attenzione su quanto una mancata pianificazione avesse comunque dato forma ad una contemporaneità di sofisticata bellezza, non raggiunta nemmeno dall’intenso studio degli architetti del Movimento Moderno con le loro utopie metropolitane. Infatti, il grattacielo, la tipologia edilizia prevalente a Manhattan, è l’antitesi del Movimento Moderno: in esso le funzioni si accostano ma non si integrano e la composizione architettonica non trova rispondenza nei suoi principi. Eppure, New York è così attraente perché incarna il fantastico metropolitano, un desiderio di densità sociale, una proiezione architettonica di un immaginario, la più pazzesca delle verità.

«New York è riuscita a produrre la cultura della congestione e, inoltre, è riuscita a esprimere la tecnologia del fantastico, un ideale che forse ha poco a che vedere con le regole della composizione architettonica ma che, in effetti, riesce a produrre manufatti edilizi certamente non meno interessanti di quelli che escono dalle accademie, vecchie o nuove, delle nostre scuole di architettura.»

Nonostante la notorietà, il punto di vista di Koolhaas e del suo OMA resta ancora oggi un terreno poco esplorato e appare ai più come l’archistar maggiormente complessa ed evoluta di tutte, geniale e mai banale: un vero artista nel vendere se stesso.

Roberto Gargiani, nella sua opera biografa Rem Koolhaas / OMA, analizza l’uomo e non il guru dell’architettura, descrivendolo come un paziente ideatore delle proprie creature che rafforza il suo lavoro con slogan e neologismi per sottolinearne le strategie.

Luigi P. Puglisi nella sua interessantissima critica, pone l’accento sull’amoralità di cui è da sempre accusato Koolhaas e di quanto egli stesso, famoso ma poco amato, giochi sull’antipatia. Colpisce, stupisce e provoca. Con la sua distanza dal mero accademismo formale, freddo e spurio di ogni attrattività, entra soprattutto nelle menti dei più giovani che si accalcano numerosi alle sue conferenze e ai suoi corsi alla cattedra della Harvard University.

Nei suoi scritti esalta la velocità orientale e la capacità di un’urbanizzazione in tempi ridotti con progetti sfornati nella misura di uno al giorno. Nonostante ciò, le sue opere rappresentano l’esempio di minuzioso lavoro, utilizzo di tempo, energie e risorse, continui aggiustamenti. Propone il nuovo, lo stupore e il meraviglioso, sulla base di un’attenta ricerca e rielaborazione storica. Nessuno più di lui è in cosi stretta sintonia con la tradizione disciplinare ma, anziché copiarla, la reinventa in un discorso post-cubista e neo-surrealista, portando fuori strada gli accademici disattenti. Francesco Tentori lo definisce il nuovo Le Corbusier per la sua forte ansia metodologica e la brillante capacità di individuare logiche tra le forme, gli usi e la società.

14esima Biennale di Venezia di Rem Koolhaas © Wallpaper.com

Nel 2014 è direttore della 14esima Biennale di Architettura di Venezia che, dopo diverse esperienze dedicate alla celebrazione del contemporaneo, con Fundamentals si concentra sulle storie, indagando lo stato attuale dell’architettura e immaginando il suo futuro, attraverso tre componenti principali:

absorbing modernity: 66 paesi analizzano il tema della loro modernizzazione dal 1914 al 2014, delineando insieme il ritratto di un secolo terrificante che ha distrutto, diviso, occupato, sfibrato e traumatizzato ognuno di questi luoghi che, tuttavia, sono sopravvissuti;

elements of architecture: una sensazionale analisi degli elementi architettonici spesso trascurati ma universalmente noti, utilizzati da ogni architetto in ogni luogo e tempo, con lo scopo di far emergere storie nuove e antiche e dare forza ad un’amalgama di interazioni non ancora note;

monditalia: una ricca analisi dell’Italia dedicata alla situazione emblematica di un contesto globale in cui molti paesi sono in bilico tra il caos e la realizzazione della loro piena potenzialità.

Ricordiamo con una doverosa carrellata alcune delle sue opere più importanti, frutto della mente di un pioniere creativo e tavolta sfacciato.

De Rotterdam. L’edificio multifunzionale dove poter lavorare, vivere, rilassarsi, fare acquisti e mangiare. Il più grande dei Paesi Bassi: alto 150 m con una superficie di 160.000 m2.

Maison à Bordeaux. Una casa realizzata per un committente costretto sulla sedia a rotelle dopo un terribile incidente d’auto che coniuga funzionalità estetica e che racchiude diversi elementi tecnologici, come una piattaforma elevatrice per raggiungere tutti i piani.

Garage Museum of Contemporary Art. L’edificio che unisce elementi storici e contemporanei, come il battente dell’ingresso che ricorda la saracinesca di un garage, ospita la più vasta collezione di arte contemporanea della Russia.

Seattle Central Library. La Biblioteca di Seattle fa pensare ad una pila di libri disposti l’uno sull’altro, il cui concept futuristico e tipico allo stesso tempo è frutto della concezione dell’atto di consultare libri e non di conservarli.

Fondazione Prada. La vecchia distilleria di gin nella periferia milanese è diventata un luccicante museo d’oro di una tra le case di moda più influenti al mondo, ospitando spazi espositivi, un cinema, una biblioteca ed un caffè.

Sede della China Central Television (CCTV). Il quartier generale della televisione di stato cinese, secondo solo al Pentagono di Washington per grandezza, nasce intorno a tre torri e appare ogni volta diverso in base all’angolazione da cui lo si osserva, grazie alla sua forma geometrica irregolare.

Allargando il campo e spostandoci dal mero giudizio accademico e troppo spesso legato alla tradizione, Koolhaas appare come un visionario, che finge di non esserlo ma che ci ham di fatto, insegnato a liberarci delle sovrastrutture inculcate dal mondo accademico e dai vincoli della storia, mostrandoci che la grande dimensione va aldilà del bene e del male, e si impone con il suo stesso esistere urlando Fuck the contest! e dimostrandoci con ogni nuovo progetto che, oltre le polemiche e controversie, resta uno dei grandi progettisti del presente, o forse addirittura del futuro.

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