Less is more. Quanti di voi hanno sentito o utilizzato questa frase?
Essa non è nient’altro che la citazione in cui è concentrato tutto il lavoro e il pensiero di uno dei più grandi architetti del XX secolo. Si tratta di Ludwig Mies van der Rohe, uno degli elementi più importanti che ha costituito il Movimento Moderno nella storia dell’Architettura insieme a Le Corbusier, Walter Gropius, Frank Lloyd Wright, Alvar Aalto, Giovanni Michelucci, Gio Ponti e tanti altri.

Il 2019 non è solo l’anno del centenario della Bauhaus e i 150 anni dalla nascita di Frank Lloyd Wright ma il 17 Agosto di questo stesso anno coincide anche con il 50° anniversario della morte Ludwig Mies van der Rohe, il quale verrà commemorato con una mostra e una conferenza internazionale al Politecnico di Milano nelle date del 18 e 19 Ottobre 2019. L’evento inoltre prevede la collaborazione la Scuola di architettura AUIC e il Dipartimento ABC.

Nato il 27 Marzo 1886 ad Aquisgrana, era figlio di un capomastro e scalpellino, il quale lo istruì alle arti e i mestieri nella bottega di famiglia. Con il tempo ebbe modo di affinare le sue tecniche di disegnatore e approfondire i suoi studi nel mondo dell’architettura, frequentando studi privati e cantieri. Passò poi per Berlino, dove, nel 1907 riuscì ad entrare nello studio di Peter Behrens, architetto e designer tedesco, fino al 1912. In quegli anni ebbe modo di conoscere e lavorare anche al fianco di Le Corbusier e Walter Gropius, il quale quest’ultimo fu tra i fondatori della Bauhaus. Con l’influenza di Behrens, Mies stava iniziando a definire il suo approccio con l’architettura, il quale si sarebbe incentrato perlopiù sull’aspetto tecnico strutturale ma che avrebbe volto lo sguardo anche al senso plastico ed estetico proveniente dal De Stijl olandese.
Successivamente lasciato lo studio di Behrens con il suo bagaglio di esperienza, si mise in proprio e aprì il suo studio all’interno della sua abitazione. Più tardi aderì all’espressionismo e al Werkbund, detta anche “Lega tedesca degli artigiani” la quale aveva l’obbiettivo di fondere arti applicate e industrie, arrivando cosi una delle tappe più importante per l’architettura moderna e il disegno industriale.

Con l’ascesa del nazismo il Werkbund fu soppresso e Mies emigrò negli Stati Uniti dove dal 1938 al 1958 diresse l’Illinois Institute of Technology, la scuola di architettura di Chicago, e ridisegnò completamente la sua sede assegnandole il nome di Crown Hall.

Illinois Institute of Technology, Chicago, 1938 © metalocus

Già attraverso l’osservazione di questo progetto, si può notare come il suo taglio architettonico fosse ormai ben saldo, definito e accurato, frutto di studi non solo tecnico architettonici ma anche filosofici e teologici. Si affiancherà alle parole di Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino per far maturare la sua architettura. Un’architettura dove chiarezza e ordine coincidono con la bellezza, e secondo appunto il motto di S. Agostino: veritatis splendor.
Una verità intesa come chiarezza costruttiva, espressione esatta che mira ad esprimere l’essenza dell’epoca con concetti più profondi sorvolando le mode dell’architettura superficiali.

In quegli anni, oltre a dirigere la scuola, Mies portò avanti i suoi studi e i suoi progetti e attraverso essi riuscì a far conoscere il suo nome sempre di più. Dal 1945 al 1951 si dedicò alla costruzione di Casa Farnsworth per un ricco medico di Chicago.

Qui l’architetto tedesco vi applico i suoi principi di trasparenza e semplicità, con l’introduzione del vuoto architettonico. Un concetto che vedremo ripetuto in altre sue opere, tra cui anche la più celebre il Padiglione di Barcellona.

Progettato nel 1929 in occasione dell’Esposizione Universale di Barcellona, venne demolito e successivamente ricostruito. Esso è probabilmente l’opera con maggior risalto e simbolo del suo pensiero e operato. Rappresenta la architettura teorica, nella quale il vuoto per la prima volta nella cultura europea, diventa un valore poetico. Come in Casa Farnsworth ritorna l’idea di un volume definito da due superfici orizzontali, pilastri cruciformi e poche pareti divisorie leggere e trasparenti che portano alla fluida presenza dello spazio continuo senza distinzione tra esterno e interno. Semplicità costruttiva e materica per raggiungere qualità profonde e poetiche; in ciò risiede lo stile dell’architetto.

Successivamente Mies si trovò a gestire opere bene diverse dalle semplici abitazioni, e nel 1958 realizzò quella che sarebbe stata l’espressione massima dell’International Style, il Seagram Building, con la collaborazione di Philip Johnson.

Con una straordinaria perfezione tecnica dei dettagli quali la gabbia strutturale in acciaio rivestita in bronzo, i pavimenti in granito e le placcature della hall in travertino, Mies innalza un monolite che si contrappone con la figura astratta del prisma alle simbologie caotiche ed estroverse delle torri newyorchesi.

Sul finire dei suoi anni si dedicò infine alla Neue Nationalgalerie, il museo di arte contemporanea di Berlino. Un’aula quadrata di 65 mq costruita interamente in acciaio e vetro, con spazi espositivi dedicati nel sottosuolo e al piano terreno. Uno spazio totalmente luminoso e trasparente che grazie a sistemi audiovisivi e tecnologici sembra essere all’interno dell’astratto, dove l’oscurità non può penetrare.

Morì infine il 17 Agosto 1969, lasciando al mondo la sua visione di un’architettura essenziale, ritagliata a misura esatta e priva di eccessi. Un’architettura destinata all’epoca moderna.

Less is more, l’algebra dell’architettura.

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