Lo studio Nemesi, fondato nel 1997 dall’architetto Michele Molè, opera principalmente sulla scala architettonica dell’edificio ed è appunto di questa scala il “manifesto” che lo ha reso celebre: il padiglione Italia per l’Expo milanese del 2015. Anche se non si tratta del loro primo progetto, è inevitabile partire proprio da questo per capire le dinamiche compositive e progettuali attuate dallo studio.

Il Padiglione Italia si configura come un vero e proprio condensatore di funzioni (aree espositive, zone ristoro, ampi atri per il pubblico utilizzo, zone conferenza, auditori etc.) perciò non detiene una funzione unica. Il fatto stessa di esser un centro polifunzionale permette al progettista, in generale, di svincolare forma e funzione. In fondo è più che giustificato: che funzione dovrebbe dichiarare, infatti, un edificio che ne assolve molteplici?

È proprio su questo distaccamento tra i due aspetti, fondamentali per la genesi del progetto, che Nemesi fonda il suo metodo progettuale, anche se ciò non viene enunciato esplicitamente, ma si può cogliere in tutte le loro architetture. Lo distanza tra questi due aspetti favorisce di gran lunga la forma, che diventa il focus della progettazione. Così la modellazione tridimensionale e la renderizzazione diventano due aspetti fondamentali per lo studio. Nemesi è un vero e proprio “figlio della propria epoca” che, riprendendo la lezione originaria di Frank O. Ghery e in seguito quella di Zaha Hadid, crea architettura non partendo da presupposti universali, ma cercando di realizzare un edificio moderno. Oggigiorno con moderno in architettura, almeno per i “non addetti ai lavori”, s’intende proprio quello che Nemesi propone: edifici che fanno delle curve, della linea spezzata, dello svuotamento dei piani murari e dell’utilizzo di rivestimenti tecnologici il loro marchio.

Questa tensione alla forma pura è derivante dalle sperimentazioni internazionali, così come era stato il brutalismo o il modernismo nel Novecento, e quindi si fa portatrice di valori che non sono più legati al territorio ma che invece uniscono tra loro edifici che possono rientrare sotto una stessa “etichetta”. Molte delle sperimentazioni di Nemesi rientrano sicuramente nella corrente del Decostruttivismo con spesso particolari declinazioni derivanti dalla rispesa, spesso letterale, di certe architetture di Zaha Hadid. Vi sono invece altri esempi dove di decostruttivista vi è solo lo spirito e di conseguenza la forma è completamente libera; altre volte invece si abbandona il decostruttivismo per rientrare in sperimentazioni di architettura scultorea, questo è il caso del Padiglione Italia.

È inevitabile ora citare la chiesa e il centro polifunzionale di S. Maria della Presentazione, a Roma, dove è particolarmente evidente il richiamo, soprattutto negli interni della chiesa e nei pilastri di sostegno, alle prime sperimentazioni della Hadid. Ma l’intervento non si limita a ciò, anzi cerca di determinare il linguaggio della facciata attraverso richiami quasi archigramiani, con uno scheletro ordinato in metallo oltre il quale si vede la scomposizione dell’edificio; potremmo definire la facciata come una plug-in Church, anche se di quel richiamo architettonico riprende solo il linguaggio e non tutta la teoria di espansione della città che vi era dietro.

La confusione delle lingue e a volte anche delle forme è quindi l’esito più visibile nelle opere di Nemesi. Questo aspetto non è per forza da leggere negativamente, come invece lo era stato per Ulisse Staccini nella definizione della Stazione Centrale di Milano, che ha ancora oggi una definizione linguistica che rimanda a un determinato movimento, ma si può intendere come la fatica, tutta italiana, di trasportante nella nostra penisola un tipo di architettura il più lontana possibile dalla tradizione compositiva e costruttiva locale.

Nemesi si configura forse come una sorta di traduzione italiana dell’avanguardia architettonica contemporanea dominante nel resto d’Europa e forse del mondo. Una traduzione nella quale si nota la fatica di riportare alcuni termini in italiano corrente e che allora riprende letteralmente la lingua d’origine, ma che nell’insieme vuole creare un “mix design” di ciò che di più moderno, in senso internazionale, vi sia al momento.

In definitiva Nemesi sta attuando quella sperimentazione che in Italia mancava e a cui sta dando un esito non sempre scontato, cercando di trovare nel decostruttivismo uno strumento per proporre architettura anche in Italia.

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