Il termine “nomadismo” indica uno stile di vita legato all’allevamento degli animali, che, al tempo stesso, comporta un movimento nello spazio. Quest’ultima sfumatura di significato ha preso il sopravvento sulla prima, sicché con il termine nomadismo si intende oggi, per estensione, qualunque forma di esistenza sociale che implichi spostamenti periodici necessari alla sopravvivenza e alla riproduzione del gruppo umano. Spostamenti che determinano anche e soprattutto la necessità di fermarsi e, di conseguenza, delle vere e proprie architetture temporanee storicamente conosciute come accampamenti. Al giorno d’oggi il termine accampamento è perlopiù usato come sinonimo di “accampamento militare” per definire un alloggiamento di truppe. Viene usato anche per identificare insediamenti di gruppi di persone in zone di campagna, o quantomeno isolate, sotto tende o in baracche, con carattere provvisorio.

Nomadismo: forma di vita delle popolazioni che, rifiutando la stabilità, cambiano continuamente dimora

Nei giorni nostri però esiste anche un altro tipo di nomadismo, che non si sviluppa in terre desolate o paesaggi “ostili” nei confronti dell’uomo, bensì all’interno di paesaggi antropizzati, un vero e proprio “nomadismo urbano”, uno stile di vita chiaramente non voluto ma determinato da situazioni economiche e sociali critiche. Per ovviare alle problematiche che tali realtà possono comportare, il mondo dell’architettura sta sviluppando progetti innovativi e interessanti, qui abbiamo deciso di raccogliere cinque esempi più rappresentativi di questo movimento sempre più in diffusione.

Il primo, di Michael Rakowitz, è paraSITE. Un progetto che va in soccorso dei senzatetto: una struttura temporanea, trasportabile e provocatoria. Come suggerisce la denominazione del progetto, questa struttura si innesta nel tessuto urbano come un parassita. La doppia membrana in polietilene utilizza gli impianti esterni di riscaldamento e i condotti di ventilazione per gonfiarsi e di conseguenza mantenere mite la temperatura all’interno del rifugio. Il progetto è stato ultimato e distribuito a oltre trenta senzatetto a Boston, Cambridge e New York.

Jello Pavilion, Cornell University, © AAPArchitectureArtPlanning

Il secondo esempio è stato pensato e progettato da un gruppo di studenti della Cornell University, il Jello Pavilion è una struttura gonfiabile nello spirito di Ant Farm: il gruppo di architetti all’avanguardia che ha rivoluzionato l’uso della plastica con l’ambizione di creare spazi flessibili, democratici e divertenti per le persone negli anni Settanta. Con un budget di circa 300 dollari, il padiglione è composto da oltre cento pannelli di plastica di varie geometrie fissati insieme attraverso una tecnica calibrata di riscaldamento. Questo sottile involucro di plastica raggiunge il suo potenziale volumetrico con una ventola ad alta potenza che gonfia l’aria attraverso un’appendice tubolare in modo costante. Una forma globulare quando completamente gonfiato, il padiglione è facilmente manipolato in diverse configurazioni formali attraverso il fissaggio di strisce di velcro attaccate in tutto il volume. Il Jello Pavilion trasporta la tradizione della plastica come materiale economico, malleabile e flessibile con un incredibile potenziale per i designer.

Accordian reCover Shelter, © inhabitat

Ispirato dalla volontà di sviluppare diverse opzioni per un rifugio destinato ai senzatetto, l’Accordion reCover Shelter, progettato da Matthew Malone, Amanda Goldberg, Jennifer Metcalf e Grant Meecham, può sostenere una famiglia di quattro persone in seguito a un disastro fino a circa un mese. La struttura, simile ad un origami, può essere completamente ribaltata in due forme: a ferro di cavallo o piatta, a seconda di quale sia più facile da trasportare. Bastano pochi minuti per l’impostazione e possono essere eseguiti da una sola persona. Le creste nella struttura possono essere utilizzate per raccogliere l’acqua potabile. Qualunque sia il materiale a portata di mano, o addirittura la copertura del terreno, può essere utilizzato per isolare la struttura in condizioni climatiche avverse.

Park Bench Bubble, Thor Ter Kulve, © Thor Ter Kulve

Il progetto sicuramente più accattivante e innovativo è la Park Bench Bubble. Esso è parte di un’indagine in corso su temi come la privacy, l’essenzialismo e l’ambiente creato. Questa bolla crea uno spazio “pubblico-privato” che trasforma una modesta panchina di legno in un riparo gonfiabile con una presa USB funzionante tramite energia solare. La seduta fornisce uno spazio dal quale poter lavorare, mentre la membrana gonfiabile forma una barriera opaca con una chiusura zip da cui poter entrare. Il progetto riporta all’essenzialità il concetto di “casa”: uno spazio privato al riparo dagli agenti atmosferici.

L’ultimo esempio è dato dall’intuizione di Alastair Pryor: il Compact Shelter è realizzato in polipropilene stabilizzato ai raggi UV, un materiale durevole, resistente alle intemperie e termoisolante. Dopo aver superato rigorosi standard di test, stabiliti da varie organizzazioni di soccorso, l’abitazione pop up si è rivelata adatta anche nelle condizioni climatiche più estreme. Quando sono completamente aperte, le tende individuali misurano due metri per lato e forniscono abbastanza spazio interno per due adulti e due bambini per dormire. Tuttavia, grazie al suo design modulare, le singole unità possono essere unite per creare rifugi più grandi o più stanze, a seconda del numero di membri della famiglia che necessitano di riparo.
I rifugi compatti sono l’esempio perfetto di accampamenti moderni: facili da trasportare, economici e riciclabili, offrono i bisogni di base nelle situazioni più estreme, non solo climatiche ma anche e soprattutto sociali.