2020. Un anno che sta mettendo a dura prova l’umanità e la sua collettività.

Un virus, difficile da controllare sia fisicamente che politicamente, che attraverso una pandemia mondiale ha fatto riemergere i fondamenti della società: ricerca del bene, solidarietà ma soprattutto comunità. La quarantena ha isolato e confinato il singolo nella sua casa, nel suo nido. Nessuna distinzione di razza, ceto o religione. Ma appena restituita la libertà, recenti avvenimenti hanno fatto emergere gravi i problemi sociali che, fino a questo momento sono stati celati dall’attualità o trattati in maniera non sufficiente. Tra questi la differenza fra le classi più agiate e quelle meno abbienti, le quali sono state e saranno ancora duramente colpite dal virus in alcuni Paesi del mondo.

Insieme alle emergenze  è nata anche qualche nota positiva. Si tratta del sentimento di collettività e di comunità nelle città. Un sentimento così forte che, nonostante la pandemia, è riuscito a far scendere nelle strade delle città di tutto il mondo milioni e milioni di persone.

I recenti assassinii di George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e altri, hanno acceso e innescato le rivolte e manifestazioni del movimento Black Lives Matter (fondato nel 2013), le quali hanno trovato una comunità molto più unita e compatta rispetto a quella di solo qualche mese prima dei fatti accaduti. Una comune pronta a far fronte su un problema che avrebbe dovuto esser estinto già da molto tempo: il razzismo.

A partire dal 25 maggio 2020, data della morte di George Floyd, in tutta l’America si sono iniziate a verificare proteste pacifiche nelle strade delle città attraverso sfumature artistiche di vario genere. In breve tempo, le strade si sono trasformate in veri e propri palcoscenici per le comunità. Nonostante il collante sociale delle comunità statunitensi si fosse ormai quasi del tutto dissolto per una lunga lista di motivi, come lo sbando dell’economia immobiliare derivata dalla crisi del pignoramento del 2010, la poca solidarietà, gli scarsi servizi pubblici e delle infrastrutture sociali, la maggior parte della popolazione è riuscita comunque a far fronte comune su un problema che riguarda ogni comunità.

Il contributo degli architetti, urbanisti e designer è sempre stato, e sarà sempre, quello di creare un ordine e dare uno scopo a ciò che viene progettato e costruito. Come spiega David Chipperfield nell’editoriale DOMUS: “[…] l’ambiente costruito non solo contribuisce alla nostra qualità di vita e al nostro benessere, ma anche a esprimere materialmente l’idea stessa di comunità. […]”.

Per esempio, le infrastrutture sociali come biblioteche, scuole, campi sportivi, caffè, ristoranti, mercati, spazi verdi, marciapiedi, strade e piazze, disegnano l’identità di ciascuna città, sono le parti più vive, pulsanti che ne definiscono il carattere. Sono la struttura portante di esse, influenzando il comportamento del singolo cittadino. Adesso, queste identità, questi spazi e luoghi non potevano non essere che lo scenario principale di questi eventi. Si sono trasformati in fogli bianchi, in spazi pronti ad ospitare e rilanciare i messaggi della comunità.

Del resto, la piazza è il luogo di connessione tra l’homo socialis e la città, il luogo dov’è nata l’economia, la democrazia moderna e dove è stata scritta la storia politica. Le città di tutto il mondo, come quelle americane, dopo aver ritrovato quel minimo senso di comunità, si sono risvegliate e mobilitate invadendo piazze e strade accompagnate da musica e balli per denunciare in maniera pacifica il razzismo sistemico e la violenza poliziesca.

Tra gli esempi, c’è la gigantesca scritta gialla sulla 16° strada, la quale conduce alle porte della Casa Bianca. La scritta, lunga due isolati, che recita: “Black Lives Matter” è stata dipinta durante le manifestazione da dipendenti comunali, attivisti e altri cittadini e voluta dalla stessa sindaca di Washington, Muriel Bowser. Poco più tardi, con un annuncio su Twitter, la sindaca dichiara che una parte della strada si chiamerà ora “Black Lives Matter Plaza” alimentando ancora di più le proteste virtuali sui social, i quali si erano già pronunciati attraverso il Blackout Tuesday.

E ancora, un’altra illustrazione simile emerge a Capitol Hill, uno dei quartieri di Seattle.

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It’s such a privilege to live in a city where something like the Capitol Hill Autonomous Zone exists.⁣⁣ ⁣⁣ Beautiful art, engaging dialogue, and an eye-opening display of what community should look and feel like. ⁣⁣ ⁣⁣ I’m so thankful for my experience there today listening and observing and to witness two blocks of pavement transformed into an absolute masterpiece.⁣⁣ ⁣⁣ And if you know what they’re looking for in terms of donations please comment below and I can drop off what I can tomorrow!! Have some sleeping bags and jackets I can certainly contribute.⁣⁣ ⁣⁣ IG accounts of the artists: ⁣⁣ B: @kimishaturner⁣⁣ L: @perrypaints⁣⁣ A: @onesevennine⁣⁣ C: @thecurlynugget⁣⁣ K: @thesoufender⁣⁣ L: @drakesignanddesign ⁣⁣ I: @stattheartist⁣⁣ V: @aohamer⁣⁣ E: @barryjohnson.co⁣⁣ S: @snekeism ⁣⁣ M: @moses_sun and more ⁣⁣ A: @artbreakerbt ⁣⁣ TT: @tdubcustoms⁣⁣ E: @future_crystals⁣⁣ R: @artvaultseattle Artist: @thekingfroshow⁣ ⁣ ⁣ *In any reposts please credit ALL artists above before me⁣ ⁣⁣ *To use this video in a commercial player or in broadcasts, please email licensing@storyful.com – any potential proceeds will be donated

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Scrive Kyle Kotajarvi, fotografo che ha immortalato la manifestazione attraverso foto e video:

“È un tale privilegio vivere in una città in cui esiste qualcosa come la zona autonoma di Capitol Hill. Arte meravigliosa, dialoghi coinvolgenti e una dimostrazione di come dovrebbe apparire e sentirsi la comunità. Sono così grato per la mia esperienza lì oggi, ascoltando e osservando due blocchi di pavimentazione trasformati in un capolavoro assoluto.”

BLM – Seattle ©kylekotajarvi

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