Le enormi megalopoli asiatiche, riconoscibili in tutto il mondo per l’immagine di centri urbani estesi e coperti da colori e forme variegate, cavi elettrici sospesi sulle strade e un gran numero di abitanti spesso ritratti con mascherine sanitarie verde smeraldo, rischiano oggi di incontrare un’emergenza non solo ambientale ma anche socio-politica.

I frame fotografici che arrivano in Occidente raccontano di popolazioni lontane che coniugano tradizione culturale ad un ritmo vitale dinamico, suscitando intorno a queste immagini curiosità e seduzione per l’estremo stile di vita orientale. Ma dietro al fascino del diverso e della scoperta esiste l’emergenza, nella quale si cela uno sviluppo urbano distruttivo a cui la popolazione non può riporre rimedio.

Bangkok, Thailandia. Foto di Honey Kochphon Onshawee da Pixabay

L’aumento di smog ed emissioni chimiche dovute alla produzione industriale e al traffico urbano nella città di Bangkok, capitale odierna della Thailandia, ha portato in evidenza l’emergenza ambientale e sanitaria per la popolazione locale. Gli enormi flussi di persone che ogni giorno attraversano in entrambi i sensi di marcia la metropoli, la carenza di aree verdi circoscritte principalmente alle aree religiose, e l’aumento esponenziale di visitatori sono tutte cause dei problemi logistici e di inquinamento della città. Bangkok viene definita sporca, inquinata e sovraffollata, un centro culturale dove la mancanza di un ambiente salubre ha moltiplicato le occasioni di arricchirsi sulle spalle dell’inquinamento: le mascherine di “design” per la respirazione in vendita ne sono la prova.

Nel 2018, uno studio condotto da TomTom.com, agenzia produttrice dei navigatori per auto, che grazie ai propri satelliti ha potuto monitorare i flussi di veicoli nelle metropoli, ha stilato una classifica delle città più trafficate con Mumbai al primo posto e Giacarta al settimo, mentre la capitale thailandese ricopriva l’ottava posizione. Questi dati fanno riflettere sull’evoluzione dell’emergenza nelle città dell’Asia meridionale e su come questi cambiamenti creino un danno agli abitanti in termini di salubrità e qualità della vita, primi requisiti del vivere in un ambiente urbano.

Bangkok, Thailandia. Foto di ladymojo da Pixabay

Nei giorni scorsi, il primo ministro Prayut Chan-o-cha ha annunciato l’intenzione del governo thailandese di proporre il trasferimento delle attrezzature governative, amministrative e finanziarie in un nuovo centro urbano in via di sviluppo non troppo distante da Bangkok, per mantenere attivo il sistema di collegamento aeroportuale e per rendere comunque agevoli i collegamenti della popolazione lavoratrice.

Il fenomeno esploso a seguito di questa proposta rischia di spaccare in due l’opinione pubblica. Un caso simile ha interessato i cittadini di  Giacartacapitale dell’Indonesia, che lo scorso agosto sono stati chiamati a partecipare ad un sondaggio da cui si è emerso un 35,6% favorevole al trasferimento della capitale sull’isola di Borneo risolvendo i problemi igienico-sanitari della capitale odierna, contro un 39,8% contrario a questa proposta e preoccupato per la mancanza di un piano di sviluppo futuro per la metropoli di Giacarta a seguito di questa decisione.

Jakarta, Indonesia. Foto di Yanis Ladjouzi da Pixabay

Da queste notizie si evince che la già conosciuta tendenza al consumismo di beni e risorse si è evoluta su scala globale maturando nella dirigenza della politica amministrativa delle nazioni asiatiche la strategia di abbandonare le metropoli, ormai troppo usurate e consumate da anni di sfruttamento per recarsi in altri siti, meno contaminati, risolvendo in maniera semplice ma drastica il problema del traffico e dell’inquinamento.

La carenza di piani urbani di sviluppo sostenibile conduce a questa distopia urbana, che si verifica specialmente in contesti dove l’architettura e lo sviluppo delle città hanno seguito per millenni una crescita spontanea e stratificata. La cura degli spazi urbani e la creazione di aree verdi all’interno delle metropoli asiatiche, dedicate alla produzione ossigeno e riduzione di CO2, potrebbe essere una delle infinite soluzioni come delle industrie di produzione dell’ossigeno da inserire sul territorio. In quest’ottica, i piani di recupero urbanistico hanno quindi la funzione di supportare l’evoluzione della città in espansione e definire azioni di consolidamento della città costruita (è evidente che nelle regioni industriali del Sud-est asiatico la presenza di questi strumenti è quasi del tutto inesistente). Il recupero è possibile e la riattivazione della giusta qualità della vita può essere raggiunta in tempi brevi grazie a delle azioni volte alla tutela della sostenibilità urbana.

A seguito del confronto con il caso indonesiano, il governo thailandese ha proposto in alternativa lo spostamento dei centri direzionali nell’interland della capitale odierna Bangkok così da decentrare lo spostamento veicolare e ridurre i flussi di persone verso il centro cittadino, una soluzione più semplice e sostenibile da un punto di vista economico ed ambientale.

Bangkok, Thailandia. Foto di Free-Photos da Pixaba

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