Gli studi di architettura OMA e Laboratorio Permanente, vincitori del concorso per la riqualificazione degli scali ferroviari Farini e San Cristoforo, hanno presentato un progetto ad hoc per la realtà milanese, che fa del luogo in cui si colloca il suo punto di forza. Infatti, le due aree di progetto si trovano: una nella zona dell’alta pianura asciutta, caratterizzata da una folta vegetazione, mentre l’altra al di sotto della linea dei fontanili e quindi in piena bassa pianura irrigua; ed è proprio il fatto di esser localizzate in queste aree che ha generato il progetto, infatti, se nello scalo Farini si trova un progetto di rimboscamento  in quanto parte della pianura asciutta, nello scalo San Cristoforo si trova un richiamo all’acqua superficiale, tipico della bassa pianura.

«In un’ideale trasformazione dei modelli correnti di sviluppo economico, il nostro progetto ribalta la prospettiva e propone due nuovi dispositivi ambientali: l’uno verde – un grande bosco lineare presso scalo Farini in grado di raffreddare i venti caldi provenienti da sud-ovest e di depurare l’aria dalle particelle più tossiche; l’altro blu – un lungo sistema lineare a San Cristoforo per la depurazione delle acque, che definisce un paesaggio per realtà umane e non-umane.»

OMA, Studio Permanente, Rigenerazione urbana Scalo Farini, 2019, ©OMA e Studio Permanente

Così come viene scritto nella presentazione del progetto all’amministrazione comunale, il focus insiste sulla particolarità delle aree a discapito, forse, della preesistenza locale: sono le aree infatti degli scali ferroviari ormai dismessi, come se si volesse dichiarare l’importanza dell’origine naturale del luogo piuttosto che ciò che vi ospitava. Si predilige il paesaggio all’architettura, intesa nel senso del costruito. Il progetto è infatti a tutti gli effetti un progetto di paesaggio, come è possibile notare nei render presentati al concorso, dove la predominanza della natura sul costruito, tanto che nell’area di San Cristoforo si pensa addirittura di creare delle piscine “naturali” dove il cittadino può fare esperienza in prima persona delle risorgive padane potendo nuotare all’interno. Riportare l’uomo a contatto con la natura stessa e quindi con la realtà prima è ciò che viene fin da subito dichiarato, anche se in realtà questa natura non è “reale”, in quanto si crea un paesaggio che è “più naturale” di quanto realmente sarebbe se fosse lasciato libero di espandersi in autonomia, ma “artificiale”: finzione voluta dall’uomo, come se si trattasse di una natura paesaggistica di un giardino all’inglese dove la casualità in realtà è ricondotta ad un preciso disegno.

OMA, Studio Permanente, Rigenerazione urbana degli scali ferroviari, 2019, ©OMA e Studio Permanente

Essenziale è la presenza dell’uomo, che diventa motore della rinascita del luogo: è l’uomo che abita la natura e che in essa trova il proprio luogo, forse, di pace. È interessante notare come lo sviluppo del cantiere sia esso stesso parte del progetto; infatti il cronoprogramma, che si sviluppo per diversi decenni, è funzionale all’inserimento graduale di strutture sempre più stabili: si parte con la biennale del paesaggio nel 2020, fino a giungere al completamento dell’intero progetto, con le piazze limitrofe all’area verde, nel 2040. Il paesaggio della riqualificazione ha quindi in sé il concetto di mutamento e trasformabilità tipico della nostra epoca ed in particolare permette all’amministrazione di cambiare con l’evolversi del tempo magari le stesse costruzioni o perfino destinare ad altre funzioni altre aree. Il cantiere diventa quindi una parte fondamentale del progetto del paesaggio, tanto che probabilmente una volta completato l’intero intervento, al cittadino mancheranno le gru e gli operai: è come se si configurasse come un cantier del Dom, così come un tempo veniva chiamato il Duomo di Milano a causa del fatto di esser un continuo cantiere da secoli.

È interessante, inoltre, notare come il disegno dei percorsi nel paesaggio siano determinati dallo studio del tessuto urbano adiacente: il progetto è italiano sin dal suo disegno paesaggistico, infatti nasce da uno studio approfondito della maglia della città, si tratta di un espediente di chiara derivazione rossiana. Il progetto, che vuole dichiararsi naturale sin dall’origine, ha quindi in realtà un disegno che deriva dall’urbanistica della città, ciò potrebbe sembrare un paradosso, a meno che non si legga la città, non come un’opposizione alla natura, ma come la fabbrica dell’uomo, in questo caso è la fabbrica dell’uomo e quindi il suo intelletto, sapere e arte, che genera la griglia regolante la natura artificiale in una chiave quasi umanistica.  Di certo non si vuole sostituire Dio, ma si vuole dichiarare fin dall’origine la paternità umanistica del progetto, potremmo definirlo un progetto che cela attraverso l’apparente casualità della natura l’ordine insito nelle città contemporanee: un progetto che crea un connubio tra ordine e caos, che trova, forse, “le regole del caos”.