Macerie. Stradine dissestate, collinette sinuose di campi gialli e verdi punteggiati qua e là da fontanili e casali. Il percorso lungo, tortuoso, drammatico e pittorico che porta al Cretto, fa da cornice ad una delle opere di landscape art più grandi al mondo, nella quale è racchiuso il profondo dolore di un paese totalmente raso al suolo: Gibellina.

Cretto di Burri © Diego Sanna

Per capire a pieno il significato di questa opera occorre fare un salto nel passato.

Nel 1968 un terremoto, con epicentro nel paese, colpisce la Valle del Belice. Sono circa 1.000 le vittime e 98.000 i senza tetto: interi comuni distrutti dal sisma. Dopo il terremoto la nuova Gibellina fu ricostruita a circa 20 km di distanza, in stile completamente moderno. Nel 1985 il sindaco  Ludovico Corrao convocò una serie di artisti e architetti contemporanei di grande fama e diede loro la possibilità di materializzare opere per lo slancio della nuova città: Gibellina si trasformò in un polo culturale unico in Sicilia.

La Stella di Consagra © Simmetria.org

Sistema delle piazze, Franco Purini © Artribune.it

Chiesa Madre, Ludovico Quaroni © Stefano Esposito

Tra i vari artisti c’era anche Alberto Burri che, colpito e commosso dalle antiche rovine, decise di creare la sua opera nel vecchio paese:

«Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangeree subito mi venne l’idea. […] Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. Ecco fatto!»

(Alberto Burri, 1995)

Cretto di Burri, prima del completamento © Sicilygibellina.altervista.org

Solo nel 2015  l’opera è stata portata a compimento. Attualmente è quindi distinguibile la netta differenza tra la parte costruita negli anni ottanta e quella odierna: la prima, grigia, versa in uno stato problematico e rischia di sgretolarsi, la seconda, di un bianco accecante, rende l’idea dell’opera originaria.

Cretto di Burri © Diego Sanna

Il monumento cancella il passato e la memoria di una città scomparsa, ma impone un silenzio armonico e trasporta il visitatore in un’esperienza metafisica senza eguali. La differenza tra parte nuova e vecchia potrebbe essere, metaforicamente, considerata come la volontà incontrastabile della natura di riappropriarsi di un terreno da lei preteso tramite il sisma. Sarebbe nostro diritto, sennò, chiederci: perché, prima della costruzione della parte mancate, non è stata effettuata la manutenzione dell’esistente?

Queste le parole dell’ex sindaco Ludovico Corrao, impresse sulla facciata di un edificio abbandonato di fronte al cretto:

“Cosa sarebbe l’uomo senza il soffio rigeneratore dell’arte?”

Cretto di Burri © Diego Sanna

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