Il Coronavirus  è ovunque, non si parla d’altro sui notiziari, sui giornali e dentro casa, ma forse, fino ad oggi, non è ancora stato associato al tema dell’architettura e del design. Siamo ormai tutti d’accordo nell’affermare che questo famoso COVID-19 stia avendo effetti devastanti sotto ogni aspetto. Ma come ben sappiamo, dobbiamo cercare di individuare gli aspetti positivi in ogni cosa, o comunque trasformare quelli negativi e sfruttarli al meglio.

Una delle conseguenze piu rilevanti di questa pandemia mondiale generata dal virus è lo stato di quarantena decretato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella serata di mercoledì 11 marzo 2020.

Alla luce di ciò per molti di noi, costretti a rimanere a casa, questi giorni sembrano essere davvero interminabili. Forse è la prima volta nella storia, quantomeno quella moderna, che viviamo davvero a pieno il concetto di casa, dei suoi spazi e della sua vivibilità.

Abituati ad uno stile di vita veloce, smart e aperto al mondo, da un giorno all’altro ci siamo ritrovati catapultati in una situazione che si potrebbe definire quasi surreale, apocalittica, uscita quasi da una puntata della serie distopica Black Mirror, ma soprattutto scomoda. Siamo chiusi, confinanti dentro quelle quattro mura che tempo fa abbiamo affittato o comprato pensando: “tanto a casa non ci sto mai” oppure “a malapena ci dormo” per i più mondani. Il gioco adesso è cambiato, stiamo tutti sulla stessa barca, sperando non si tratti del Titanic, e forse solo ora ci stiamo rendendo conto della scelta che abbiamo fatto.

Sotto la pressione dell’incremento demografico, della crisi ambientale ed economica attuale, più del 50% di noi si ritrova a vivere in appartamenti sempre più compatti e accatastati tra loro che, sì, vantano di una buona posizione nell’urbano ma che adesso stanno facendo i conti con i minuscoli spazi vitali che si ritrovano. Privi di soggiorno, finestre, stanze, balconi, un verde da respirare e a volte anche bagni privi di bidet. Questo è il modello in cui l’uomo moderno ha scelto di “vivere”. Ma ora che fuori non ci è permesso andare, se non per estrema necessita, quanto vale questo essere smart?

Architettura e COVID-19 ©FernandaLatronico ©ArekSoch from Pixabay.com and Pexels.com edit by Yuri Marinelli

Architettura e COVID-19 ©FernandaLatronico ©ArekSoch from Pixabay.com and Pexels.com edit by Yuri Marinelli

Riprendendo il concetto iniziale di trasformazione del negativo, proviamo a ribaltare la prospettiva di quel che sta accadendo. Come ha affermato Bill Gates al TED Talks del 2015, il più grande rischio a cui l’umanità potrebbe andare incontro non è una guerra, ma un’epidemia mondiale altamente contagiosa che, se coniugata allo stile di vita di cui abbiamo accennato sopra, potrebbe essere realmente devastante e a cui probabilmente non siamo preparati. (Qui l’edizione romana dei TED Talks 2019).

Ascoltando le notizie di questi giorni sembrerebbe che stiamo sfiorando questo scenario, quindi, considerando ciò e avendo tutti i mezzi e le tecnologie possibili a disposizione, riconsiderare la progettazione urbana delle città nell’intero e nel singolo forse non sarebbe una cattiva idea.

A partire dagli ultimi eventi si evince infatti che anche la progettazione architettonica dell’housing e dell’urbano, come tante altre discipline e istituzioni, non è stata preparata ad affrontare una tale situazione. Nel tempo si è avvicinata al minimalismo e al puro funzionalismo necessario eliminando il superfluo.

LA PROGETTAZIONE URBANA: CITTÀ E PERIFERIA

Allargando ancor di più il punto di vista e spingendoci oltre la città, nelle periferie questo problema già va migliorando. Ciò è avvenuto a causa dell’aumento demografico e il consolidamento della politica neo liberale dalla fine del XX secolo in poi, quando lo Stato si è ritirato dalle politiche abitative abbandonandole quasi del tutto agli investitori privati. In questo modo, parallelamente allo sviluppo economico e lavorativo nel centro città, venne promosso lo spostamento in periferia degli abitati più poveri e dato il via agli attuali fenomeni della gentrificazione e della musealizzazione del centro storico, che nelle cittadine più piccole ha causato una vera e propria desertificazione di quest’ultimo.

Londra ©PierreBlaché from Pexels.com

Esempio di questo squilibrio sociale e urbano di cui non ci accorgiamo spesso sono le metropoli più grandi e maestose che continuano a costituire attrazioni di portata globale. Prendiamo il caso di Londra, la vibrante metropoli da più di 8 milioni di abitanti che riesce ancora a convivere con l’autorità della Corona. Qui, ma come in tante altre parti del mondo, continuano a sorgere nuovi lussuosi grattacieli senza dubbio affascinanti con ambizioni architettoniche stupefacenti ma che sono anche simboli di investimenti economici che si sottraggono alla costruzione di una città sana.

L’assenza di una strategia di pianificazione infatti, tipica dell’era contemporanea, va a distruggere le città che richiedono una dimensione sociale ben studiata, benessere, sicurezza e servizi per ogni suo abitante. Questi immensi progetti ne hanno poca di qualità da riversare sulla città e il suo urbano poiché hanno la tendenza all’isolamento fisico e sociale, come afferma lo stesso architetto britannico David Chipperfield nell’editoriale su Domus, “Ci serve una visione per l’abitare”. Questa separazione va così a frammentare la città e il suo tessuto circostante in zone definite da criteri economici e risultati commerciali.

SOLUZIONI URBANE E DI DESIGN: città disomogenee e porte ping-pong

Forse questa epidemia globale, che ci sta costringendo a stare chiusi in casa, ci sta facendo aprire gli occhi sullo stile di vita che abbiamo adottato fino ad ora e sulla concezione degli spazi in cui viviamo. Abbiamo accennato ad un restyling urbano ma potrebbe essere necessario anche un restyling della progettazione degli interni. È vero, è difficile parlare di una soluzione concreta, specialmente adesso, perché si tratta di un problema di dimensioni immense. Delle idee però, seppur assurde, saltano fuori.

Una di queste potrebbe essere l’abbattimento di questa differenza netta tra centro città e periferia rendendo il tutto più omogeneo e meno gerarchizzato. Altrimenti se questa operazione è troppa vasta si potrebbe partire dal singolo per poi allargare il raggio d’azione. Possiamo provare a partire dalla semplice risoluzione dei 40 mq in cui la maggior parte di noi vive. Si potrebbe trovare un modo per espandere, anche solo poco di più, queste accoglienti e confortevoli prigioni, oppure, ancora, affidarci a interior designer e architetti per auto-soggiogarci con soluzioni risolutive per la gestione degli spazi: tavoli e letti a comparsa, mobili salvaspazio, scale ripostiglio, tavoli e sedie all’interno di librerie, porta ping-pong e così via…

 

Voi che ne pensate? Vi trovate o vi trovereste bene a vivere in 40 mq?

Nel frattempo lasciamo qui sotto alcuni consigli per affrontare al meglio la vostra quarantena:

Ricette per sopravvivere alla quarantena

10 Imperdibili film musicali da vedere in quarantena 

#Quarantenafashion

7 Album per contrastare la solitudine della quarantena

Documentari sull’ecosostenibilità 

Come la psicologia può aiutarci in questi giorni

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