Nella zona periurbana di Napoli, a cavallo tra le città di Acerra, Nola e San Felice a Cancello, sorge un’opera di Renzo Piano nota a pochi. Il lotto in cui si inserisce ha una forma irregolare ed è situato in prossimità dell’ingresso alla cittadella CIS, progettata negli anni Sessanta da Franz di Salvo (discusso autore delle Vele a Scampìa) che si connota come un intervento a grande scala, frutto del notevole impegno tecnologico e dalla raffinata ricerca linguistica. In questi luoghi senza forte identità sorge un centro a destinazione mista che si pone come la rilettura contemporanea del mercato tradizionale.

Concluso nel 2007, ospita al suo interno un supermercato, un centro commerciale, luoghi di intrattenimento, ristoranti, uffici, un hotel, aree pubbliche e molto altro. Le funzioni sono collocate su due gallerie a pianta circolare che costituiscono il sistema di percorsi pedonali e di sosta, organizzato in piazzette, dove sono posti gli ascensori le scale e le scale mobili. Sono illuminate con luce naturale dall’alto, dai tagli ricavati nella copertura e da grandi vetrate a tutta altezza che delimitano la piazza centrale. A completare l’opera, un ampio parcheggio di 7000 posti macchina, geometricamente scandito da una fitta alberatura e specchi d’acqua.

Il concept di progetto trae la sua ispirazione dal vicinissimo Vesuvio, signore incontrastato del paesaggio napoletano. Infatti, le forme riprendono quelle della maestosa montagna attraverso un’inclinazione della struttura che varia da 25 a 41 metri per un diametro complessivo di 320 metri. Al centro, la grande piazza – con un diametro di 160 metri – costituisce il nucleo del Vulcano, con i suoi mercati e i luoghi in cui le persone possono incontrarsi o lavorare.

La costruzione è una dunque un forte richiamo al Vesuvio, nella sua forma più innocua – per l’appunto è definito “buono” – e, come afferma Piano, il progetto “copia la natura che ha di fronte perché l’arte è sempre rapina della natura, rapina a viso aperto per prendere, per ridare”; e poi aggiunge, “tuttavia, più che di mera imitazione parlerei di allusione. Si riconosce qualcosa come spesso capita in musica; si è consapevoli di aver riconosciuto, ma non si sa cosa. È in questo modo che si sviluppa il rapporto tra struttura, spazio ed emozione”.

L’allusione natura che domina il territorio napoletano è da leggersi non tanto nella forma in sé, quanto nella concezione dello spazio. Infatti, all’intersezione di volumi alti e bassi, piani inclinati e orizzontali, partecipano elementi immateriali come la luce, le trasparenze e le vibrazioni cromatiche. La complessa geometria della sua figura troncoconica è ottenuta intersecando i tre solidi di rotazione con una serie di tagli radiali che costituiscono gli ingressi, la cui dimensione varia in base alle loro differenti funzioni: di accesso pedonale, automobilistico, di carico-scarico merci.

La struttura è in calcestruzzo armato ed è coperta da un tetto verde che si estende per l’intera superficie con lo scopo di creare una perfetta integrazione con il paesaggio circostante fino a fondersi in esso, in un gioco di verità ed inganno. “Ci sono in questo progetto”, osserva Piano, “due elementi chiave: l’appartenenza al luogo del volume costruito, quando lo si vede da lontano, e l’appartenenza della piazza interna alla gioiosa partecipazione, all’urbanità come esperienza conviviale e collettiva, che è tipica delle abitudini italiane e soprattutto partenopee”.

Il vasto atrio è popolato di “alberi” colorati che sono le strutture che sorreggono, sia l’involucro cementizio, che dà forma al Vulcano, che gli ampi ballatoi. Nel vasto spazio commerciale, gli “alberi” cambiano colore (dal giallo, all’arancio, dal rosso, al blu, al violetto, etc.) per aiutare i visitatori ad orientarsi a distinguere i diversi settori commerciali.

Tutti questi elementi, messi insieme, collaborano a rendere questa sagoma troncoconica un “superluogo” dall’altissimo valore simbolico. L’ambizione di dare vita ad un modello in scala 1:50 del segno naturalistico più forte di tutto il Sud Italia forse contrasta con il risultato ottenuto: un esempio di alta ingegneria che si fonde con leggerezza nel suo contesto e rompe il ritmo monotono dello scenario paesaggistico in cui si inserisce, ma che non possiede la stessa potenza comunicativa del suo riferimento.

Non ha gli strumenti per dissimulare lo spettatore e difficilmente può sostituire, anche solo percettivamente, la magia dello skyline del Vesuvio. La maestrìa di Piano dona allo spazio residuale a carattere periurbano del territorio nolano un nuovo landmark, riconoscibile e distintivo, ma non tanto da inserirsi con la stessa tensione emotiva nella percezione visiva e psicologica della città di Napoli.

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