Le nostre città stanno diventando luoghi di passaggio con una popolazione non più statica, ma in crescita e in continua variazione.
Cresce il numero di persone in mobilità, fra studenti, lavoratori, migranti per scelta o per necessità, e la migrazione è diventata fonte permanente di vitalità nei centri urbani e di arricchimento per chi quei luoghi li abita da sempre e li ha ereditati.

Le città di fondazione, o per dirla all’inglese, le New Towns, per definizione non hanno invece degli abitanti “originali”, tutti i residenti sono stati in un passato più o meno recente degli immigrati, le loro radici sono in altri luoghi. In questa fase storica è importante analizzare e capire la fenomenologia di queste realtà, cogliere il potenziale della diversità e della mixité culturale che si crea, e allo stesso tempo comprendere le difficoltà della creazione di un’identità e di una cultura tradizionale in un luogo che tradizioni comuni non ne aveva.

Un’altra componente importante da considerare quando si parla di città fondate è la completa assenza del carattere spontaneo insito nel concetto di centro urbano: se le città in cui viviamo sono per la maggior parte composte da una sovrapposizione di tessuti, stili e stratificazioni storiche non sempre facilmente leggibili che ne definiscono la complessità e l’unicità, non si trova la stessa caratterizzazione nel rigore delle città di fondazione.

Ma il concetto di pianificazione ex novo non è così recente: la struttura cardodecumanica degli antichi romani così diffusa nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Europa è stata ripetuta un gran numero di volte durante l’espansione dell’impero, e quelli che all’inizio erano degli accampamenti militari in alcuni fortunati casi sono diventati con il tempo i grandi agglomerati urbani in cui oggi viviamo.

Il decumano massimo di Palmira, in Siria. Fonte: Wikipedia.it

L’attuale via Emilia, nel centro di Bologna, decumano massimo di epoca romana. Fonte: Wikipedia.it

All’utilità dello schema ripetibile degli assi romani si aggiunge nel periodo rinascimentale il concetto di città ideale. Si avvia il percorso teorico di ricerca dell’utopistica perfezione urbana che caratterizzerà a più riprese tutta la storia moderna e contemporanea dello studio della città: grandi teorici hanno immaginato, ma sporadicamente applicato, disegni di centri urbani fatti di geometrie rigorose, simbolismi, sovrastrutture ai limiti della realtà. Il peculiare modello italiano della costruzione di Palmanova risale infatti al 1600.

Palmanova, città friulana fondata nel 1600.
Fonte: wikipedia.it

L’esempio novecentesco delle città di fondazione fascista rappresenta da una parte la messa in pratica concreta della programmazione urbanistica pura, dettata dalle scelte di regime. Dall’altra ad essa viene affiancata quella ricerca di perfezione geometrica che nel razionalismo italiano ha trovato possibilità di realizzazione.

L’obiettivo di questo processo di espansione non era però l’urbanizzazione, ovvero la creazione di nuovi centri, quanto piuttosto la ruralizzazione e l’allontanamento dalle grandi città per riabilitare l’economia agricola, nel rispetto dell’ideologia antiurbana del regime. Nel programma politico del fascismo rivestirono infatti un ruolo fondamentale le bonifiche integrali, interventi avviati sin dal XVIII secolo che, se da una parte guidarono verso grandi opere di disboscamento per la creazione di terreni agricoli, dall’altra promossero la creazione di nuove infrastrutture e l’edificazione di nuovi complessi urbani, come nell’esempio delle città dell’Agro Pontino e della Sardegna occidentale.

I nuovi centri avrebbero dovuto consistere essenzialmente di pochi edifici amministrativi e con funzioni sociali, circondati da abitazioni a bassissima densità con appezzamenti di terreno coltivabile assegnati a ciascuna abitazione, in proporzione al numero di abitanti. Era il sistema del “podere”, che mirava a soddisfare le necessità di molti ex combattenti e famiglie bisognose del nord Italia, appartenenti a terre profondamente segnate dalla guerra come Veneto, Friuli ed Emilia Romagna.

La prima città sorta sui terreni di bonifica fu nel 1928 Mussolinia, oggi Arborea, nel centro Sardegna. A seguire nacquero sull’isola anche Fertilia (1936) più a nord, e Carbonia (1938) nel Sulcis, città nate tutte su aree prima paludose e che sono state caratterizzate da diverse vocazioni economiche e produttive.

L’Agro Pontino si riconobbe invece per un intervento più strutturato: l’area fu bonificata e nel giro di pochissimi anni furono costruite cinque città, con caratteri in comune ma anche molte diversità. I centri sorgono lungo l’asse che congiunge Roma a Napoli e che in parte coincide con la nuova strada Pontina, in parte con l’antica Via Appia. Le città maggiori sono a distanza di 15-25 chilometri l’una dall’altra, proprio come le stationes di una via consolare. Littoria e Pontinia, rispettivamente la prima e la terza città costruite (nel 1932 e nel 1934), furono assegnate direttamente agli uffici tecnici, mentre Sabaudia, Aprilia e Pomezia, seconda, quarta e quinta città, furono realizzate in seguito a dei concorsi di progettazione.

foto di Mauro Fontana

La pianificazione territoriale generale si risolse in una scelta fondata più sulla semplicità che sulla razionalità della figura geometrica: il territorio scandito dalle linee delle migliare e dei canali veniva suddiviso in maglie ortogonali all’interno delle quali trovava posto l’unità insediativa e produttiva, cioè la casa colonica e il podere. Ad un numero di poderi corrispondeva un borgo, ad un numero di borghi una città. Il territorio era così strutturato gerarchicamente attraverso un sistema piramidale di controlli amministrativi. In questo contesto, i centri urbani non servivano a mettere gli abitanti in relazione tra loro ma solo ad indicare il loro individuale rapporto con l’autorità.

L’esempio di Sabaudia (1936) si distinse per la possibilità che venne data agli architetti di realizzare un vero e proprio progetto globale di architettura: fu indetto un concorso internazionale di progettazione per un insediamento che doveva sorgere in una piccola penisola del lago costiero di Paola, separato dal mare da una striscia di dune, in un paesaggio dominato dal promontorio del Circeo. Dei tredici progetti presentati, vinse quello firmato da Cancellotti, Montuori, Piccinato e Scalpelli. Sabaudia perla del razionalismo incarna pienamente lo spirito dell’epoca: da un lato l’aspetto quasi metafisico delle architetture e delle forme compositive, dall’altro la novità del rifiuto della città nel senso ottocentesco, come qualcosa «di chiuso, di murato, qualche cosa di contrapposto alla campagna» (L. Piccinato).

Il concetto di città di fondazione porta anche oggi con sé molte ambizioni ma allo stesso tempo molte possibilità di errore.
La ricerca della perfezione urbana è un obiettivo improprio per il significato insito di “città”: essa è un corpo vivo e continuamente mutevole, che si adatta alle necessità di ogni singolo abitante e non segue uno schema prestabilito. Piuttosto deve prestarsi ad essere plasmata con estrema facilità e flessibilità, senza mancare però della resilienza necessaria a resistere alle modificazioni profonde che talvolta si impongono. Finora la città disegnata a tavolino, forse con pochi rarissimi risultati positivi, si è rivelata mancante di questo carattere, piuttosto si è fissata a quelle rigide regole. L’occasione che si presenta ora è quella di cogliere il valore storico di questi luoghi e invertirne il significato originale, sfruttandone a pieno il potenziale di città aperte e permeabili.

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