Si è conclusa oggi, una settimana dedicata al Verde in tutte le sue declinazioni (come colore, sinonimo di sostenibilità dal punto di vista urbano, paesaggistico, ma anche come ecologia). Milano ha ormai una lunga tradizione di settimane dedicate ad ambiti specifici, a partire dalla famosa Design Week che porta nel capoluogo lombardo visitatori da tutto il continente ma non si può non menzionare la Fashion Week o il Milano Book City; proprio all’interno di questo format, tutto milanese, s’inserisce questa recentissima Green Week, che nonostante sia alla seconda edizione, presenta un palinsesto di eventi e mostre davvero ampio. Il programma ha previsto numerosi eventi dedicati ai bambini, sintomo di una matura tendenza atta a fare nascere anche nei più piccoli l’attenzione verso il pianeta.

Partecipazione straordinaria di questa edizione è  il coinvolgimento della Recycles-art con il centro commerciale di Arese che per l’occasione cambia volto e diventa un museo fino al 3 Ottobre. Il centro commerciale più grande d’Europa (Il Centro) di Arese infatti ha proposto quattro installazioni esposte nei propri spazi di collegamento col fine di sensibilizzare il pubblico sul tema del riciclo e del recupero del materiale di scarto. Sorge quindi spontanea la prima domanda: “Per quali ragioni il fulcro del commercio con fini economici decide di allestire una mostra con delle finalità così nobili?”

Il centro commerciale è una tendenza ormai assoldata che durerà ancora molto nel tempo visti gli agi in termini di comodità che esso comporta: si tratta a tutti gli effetti ormai di un luogo che fa parte del nostro agire. Certo alle origini era solo il luogo dove si mettevano in mostra la merce, ma con il suo sviluppo, soprattutto grazie alla concentrazione di ristoranti e aree per il food, è diventato anche un luogo della socialità. Questa posizione stride sicuramente con tutta la retorica postindustriale della fine dello scorso secolo che vedeva nel centro commerciale solo una mera evoluzione dei prima passage parigini così come W. Benjamin li aveva descritti, ovvero come il luogo in cui farsi vedere con i sacchetti dei negozzi griffati. Questa tendenza dell’apparire oggi si è spostata sicuramente nell’ambito del mercato dell’arte e quindi il centro si è trasformato in un luogo per tutti dove il volersi mostrare è diventato ormai superato e si è passati all’andare a cercare quello che ci serve. Il fine non è quello di approfondire ulteriormente la tematica sociologica di questa tipologia urbana, ma di capire quale nesso vi sia tra essa, espositore di merce, e l’arte.

Il nocciolo della questione risiede proprio nello spostamento contemporaneo del pubblico dell’arte a una cerchia ristrettissima che si può identificare, a eccezione degli studiosi e degli appassionati dell’ambito stesso, solo in coloro che possono effettivamente comprarla. L’arte contemporanea più richiesta ha infatti visto salire alle stelle i valori stessi delle opere; esporre quindi l’arte in un centro commerciale, senza attribuirgli un valore economico, significa render fruibile a tutti questa. Entrare infatti in una galleria di arte contemporanea è praticamente impossibile se non con l’intenzione di comprare un’opera.

Le opere maggiori esposte al pubblico all’interno del Centro di Arese sono state:

1. OPERA Abete Esagerato di Emiliano Rubinacci

Si tratta di una scultura realizzata con il metallo proveniente da oggetti abbandonati che restituisce piena dignità allo scarto tanto da elevarlo a opera d’arte. L’artista, non molto famoso all’interno dell’arte contemporanea, ha ideato in realtà un grande numero di opere con contenuti molto diretti ed efficaci sullo spettatore, come ad esempio i castelli di carrelli della spessa ammassati a creare delle composizioni senza alcuna pretesa figurativa, ma che esplicitano immediatamente il messaggio di subordinazione tra contenitore e contenuto. Quest’ultimo assume un ruolo nettamente superiore, infatti nei carrelli mettiamo la merce esposta, ma soprattutto il cibo. L’artista invece sottolinea ed eleva a contenuto il contenitore, tanto da diventare il soggetto unico dell’opera. È invece emblematico vedere le opere in cui inserisce all’interno di cornici per tela le confezioni della merce per cibarsi (inquadra le confezioni dei biscotti, carte di caramella, involucri per il burro etc.), in questo caso il rivestimento stesso del contenuto, inteso come il cibo che vi è all’interno delle confezioni, diventa la materia dell’opera, a evidenziare forse in maniera polemica una cultura che guarda all’apparire, come quella che fu l’epoca postindustriale.

2.OPERA Meduse di Enrica Borghi

Anch’essa una scultura, ma diversamente dalla precedente, realizzato grazie all’utilizzo della plastica di scarto. Visto il materiale utilizzato è sicuramente l’opera più vicina alla sensibilità del platic free sempre più in voga in questo periodo. L’artista realizza opere che fanno della leggerezza e trasparenza della plastica due dei temi fondamentali, infatti sfrutta queste caratteristiche del materiale per creare delle opere che siano attraversate dalla luce e che possano essere appese al soffitto, come nel caso dell’opera medusa.

Enrica Borghi, Pagina Instagram (ultimo accesso 23/09/1019). Credtis @enricaborghi

3. OPERA Gears di Michele Giangrande

Si tratta di un’opera realizzata con l’utilizzo del cartone, materiale tanto caro all’artista che sino dalle origini ha sfruttato l’impilabilità degli scatolini d’imballaggio dei prodotti per la consegna nei centri commerciali. Anch’esso quindi riflette sulla tematica contenitore-contenuto elevando il contenitore vuoto, proprio come i carrelli di Rubinacci, a contenuto, a opera d’arte.

Michele Giangrande, Pagina Instagram (ultimo accesso 23/09/2019). Credits @michelegiangrande

Le opere sono quindi connotate, con evidenza, dal tema del riciclo, ma a partire da esso propongono in maniera più o mena esplicita delle riflessioni sulla società stessa e sul suo rapporto con l’essere e l’apparire. Se infatti per lungo tempo il centro commerciale con la sua merce esposta è stato il luogo dell’apparire ora sembra che la tendenza sia quella di diventare uno dei tanti luoghi della vita umana e le opere proposte, attraverso la riflessione tra contento e contenitore, si presentano come un monito per il presente e per il futuro. Il contenitore eletto a contenuto è da un lato una polemica al consumismo ma dall’altro la base per porre un nuovo paradigma, in questa epoca così critica di passaggio tra l’era contemporanea e quella postcontemporanea.

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