«Se tu riguardi Luni e Urbisaglia
Come son ite e come se ne vanno
Di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia

Udir come le schiatte si disfanno
Non ti parrà cosa nova né forte
Poscia che le cittadi termine hanno.»

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XVI, 73-78

Così il grande poeta toscano ricorda Urbisaglia, decritta in un’epoca in cui la città versava in condizioni di totale decadenza; questi stessi versi sono scolpiti su una lapide posta in corrispondenza dell’ingresso che accoglie i visitatori dell’area archeologica.

Pollentia nacque come colonia romana nel II secolo a.C, in corrispondenza della via Salaria Gallica, strada che collegava Ausculum – odierna Ascoli Piceno – con la via consolare Flaminia: la diretta connessione con quest’importante arteria appenninica permetteva un facile raggiungimento della capitale e della costa tirrenica.

Tracciato della Salaria Gallica. Credits@Urbs Salvia, tesi di Gaia Canuti

La città subì numerose trasformazioni, fino al progetto unitario di età augustea che ne riconfigurò definitivamente l’assetto urbano. Ribattezzata Urb Salvia – probabilmente una derivazione diretta dalla dea Salus Augusta – da Ottaviano Augusto, la città crebbe ulteriormente durante i principati dei successivi imperatori giulio-claudi, periodo nel quale venne edificato il tempio-criptoportico dedicato alla dea Salus. Il cardus maximus coincide con la via Salaria Gallica, mentre all’incrocio con il decumanus si colloca il foro.

In età Flavia il fenomeno dell’evergetismo dei ricchi locali permise di monumentalizzare ulteriormente il centro urbano, periodo nel quale venne edificato l’anfiteatro e si ristrutturò il teatro, corredandolo di un porticus riccamente affrescato, le cui tracce sono tutt’ora ben visibili.

Dislocata lungo la pendenza del Colle di San Biagio – nome contemporaneo – fino a comprendere parte della via Salaria Gallica situata nella zona pianeggiante sottostante, la città venne abbandonata durante il V secolo d.C; gli abitanti superstiti decisero di arroccarsi in cima all’altura, battezzando il nuovo centro Castro de Orbesallia.

Durante il basso medioevo la situazione non migliorò, tanto che il vate Alighieri accennò della triste sorte toccatagli nella Divina Commedia.

Numerose vestigia del glorioso passato sono affiorate dai ruderi sepolti dal terreno, comprese statuaria e materiale lapideo che gli urbisalviensi e i monaci della vicina abbazia di Fiastra hanno utilizzato come simulacri da mostrare a chiunque visitasse le loro terre, in ricordo dell’origine romana; l’altare maggiore della chiesa dell’abbazia è composto dall’ara sacra proveniente dal tempio-criptoportico, un’accostamento fra sacro e profano per nulla strano ai cistercensi, che in quel gesto auto celebravano se stessi e la grandezza divina.

Il parco archeologico

L’area dell’antica Urbs si estende per circa 40 ettari, il cui sedime è delimitato dalle mura urbiche, uno splendido esempio di sistema difensivo costruito totalmente in laterizio e non in opera cementizia rivestito da un paramento; si conoscono pochi altri esempi di questa tipologia, come Ravenna nel nord Italia e Arretium – Arezzo – e Mevania – Bevagna – nel centro della penisola. Analizzando le strutture superstiti, alcuni esperti sostengono che si tratti di mura destinate semplicemente a delimitare spazialmente la città dalla campagna circostanze, senza un vero e proprio scopo difensivo; durante il periodo della Pax Romana la penisola italica visse un’epoca di stabilità politica e militare, lontana dalle zone di confine dell’Impero.

Il percorso murario si estende per circa 2.500 metri di lunghezza, conservato quasi integralmente lungo il lato nord e per gran parte di quello a sud e a est del centro abitato.

La città era organizzata su terrazzamenti artificiali, atti a sfruttare al meglio l’orografia del sito. La caratteristica morfologica urbana è ben rappresentata dal cosiddetto “edificio a nicchioni”, con le esedre semicircolari atte a contenere le spinte del terreno. A circa 40 cm di distanza si trova il lacerto del muro del criptoportico ancora riccamente affrescato, muratura che occultava alla vista la struttura retrostante.

L’anfiteatro

Fatto costruire fra il 76 e l’81 d.C. dal patrono della colonia, Lucio Flavio Nonio Basso, console romano e generale di Tito – colui che guidò il sanguinoso assedio di Masada – l’anfiteatro si conserva per tutto il suo perimetro fino all’altezza del primo ordine di gradinate. Completamente perduto l’anello esterno del portico, sono solo visibili in pianta i tronconi dei pilastri che reggevano la struttura.

L’arena si trova a nord della città, in area extraurbana rispetto all’abitato – si vedano i casi di Verona e di Rimini – ragione nata sia da necessità di ingombro spaziale degli isolati quanto da motivi di utilizzo dell’anfiteatro, cioè facilitare il flusso e deflusso del pubblico. Si tratta di un edificio in opera cementizia rivestita di opus testaceum, con alcuni inserti in opus reticulatum mixtum, la cui forma ellittica di 59×35 metri poteva contenere fino a 5.100 spettatori. I due ingressi maggiori presenti lungo l’asse nord-sud, originariamente coperti a volta, erano destinati ai gladiatori e alle fiere selvatiche, mentre il pubblico accedeva alle gradinate mediante 12 vomitoria coperti da volti a botte; le gradinate inferiori erano all’altezza del piano di calpestio, mentre agli anelli superiori vi si prendeva posto salendo una serie di scale poste nel corridoio anulare che circonda l’edificio, strutture ancora presenti dentro le nicchie dell’anfiteatro.

Il susseguirsi delle nicchie semicilindriche esterne scandisce il sistema portante, una serie di speroni di circa 60 cm di spessore contrapposti ai pilastri oggi scomparsi, e allo stesso modo la forma semicircolare aiuta a  contiene le spinte strutturali dell’arena.

L’interno è un vero e proprio giardino: vi sono state piantate delle querce, creando uno spazio scenograficamente unico. L’estetica però ha un suo prezzo da pagare, e in molte zone le strutture stanno subendo ingenti danni a causa degli infestanti – e “spingenti” – radicamenti arborei.

Il tempio-criptoportico della Salus

Il complesso del santuario dedicato alla Salus Augusta venne edificato durante il periodo augusteo e tiberiano, dati confermati dal ritrovamento di alcuni bolli impressi sui laterizi; la posizione di affaccio diretto sull’area forense lo rende l’edificio di culto più importante della città.

«SALUTIS AUGUSTAE SALVIENSIS

M. ATTI FABATI»

Recita uno dei bolli, facendo riferimento al luogo per il quale era destinato il laterizio – il tempio della Salus – e il proprietario della fornace produttrice dei pezzi.

Il bollo del laterizio tiberiano. Credits@luciobove

Il tempio, esastilo, corinzio, era costruito su un alto podio con una scalinata centrale frontale di tradizione etrusco-italica e occupava un sedime di 16×30 metri; l’edificio templare era chiuso lungo gli altri tre fronti da una serie di gallerie articolate su due livelli, di cui oggi sono visibili le parti dei corridoi del criptoportico inferiore. Ciascuna galleria era suddivisa da una serie di pilastri quadrati sui quali si impostavano gli archivolti a tutto sesto. A causa di forte scosse telluriche che in età tardo antica interessarono l’area il complesso rovinò definitivamente, permettendo la totale conservazione di parte dei mosaici pavimentali e del ciclo di affreschi che riveste tutte le superfici verticali del criptoportico.

Il ciclo figurativo degli affreschi è caratterizzato da un forte valore politico e celebrativo, atto ad esaltare la dinastia imperiale. Sopra uno zoccolo blu nel quale trovano posto maschere teatrali e meduse, ampi riquadri rossi sono intervallati da lesene verticali gialle con candelieri, mentre entro rettangoli bianchi figure militari romane e orientali accolgono i fedeli del santuario. Chiude la decorazione una fascia superiore, composta da fiere, uccelli e animali selvatici; l’intero ciclo decorativo fa riferimento al III stile pompeiano, databile intorno al 50 d.C.

Il teatro

L’edificio specialistico venne costruito nella parte alta della città, sopra uno dei terrazzamenti più elevati, intorno al 23 d.C. dal console Gaio Furio Gemino, personaggio politico di spicco di Urbs Salvia; queste informazioni provengono da un’iscrizione dedicatoria ora murata nell’abside della chiesa di San Donato a Montefano.

Si tratta di uno dei teatri antichi più grandi e meglio conservato, recante anche tracce di intonaci e decorazioni pittoriche – unico caso in Italia – nel vano adiacente ai resti della scena.

Realizzato in opera cementizia con un paramento in opus testaceum, il teatro presenta un fronte di ben 104 metri delimitato verso il Colle da un poderoso muro di sostruzione in laterizio, struttura che sostiene il terrazzamento occupato dal porticus post scaenam.

L’andamento orografico creò problematiche già in antico, con dissesti e parziali crolli ancora oggi individuabili nei restauri effettuati in epoca romana. Il corridoio esterno che circonda la cavea permetteva di accedere ai tre ordini di gradinate divisi in sei cunei, in cima ai quali era presente un tempietto a pianta quadrata, verosimilmente dedicato ad Apollo.

Della scena, larga 54 metri, rimangono solo scarsi resti dei muri di fondazione, ma in base ad alcuni ritrovamenti è stato possibile ipotizzare la presenza di statue e decorazioni scultoree; degne di nota, la testa di Apollo e due statue acefale, oggi conservati presso il museo archeologico statale di Urbisaglia

La Cisterna

La cisterna dell’acquedotto è posta a conclusione del percorso turistico, nella parte più elevata del centro abitato; questo serbatoio, con una capacità totale di 1000 m³, raccoglieva e faceva decantara l’acqua per poi ridistribuirla secondo specifiche condutture a tutta la città. Il serbatoio è composto da due gallerie comunicanti rivestite di malta idraulica, il cocciopesto, una composto reso impermeabilizzante dalla presenza di laterizi triturati secondo diverse grane. Ben conservati sono i bocchettoni di immissione e di erogazione dell’acqua, compresi i pozzetti utilizzati per ispezionare l’invaso, i cosiddetti lumina.

Urbs Salvia è un sito archeologico ancora molto da indagare: senza indugio è possibile affermare che in futuro potrà riservare ulteriori sorprese se verranno intraprese meticolose e mirate campagne di scavo.

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