Da migliaia di anni l’uomo identifica la vista come il senso privilegiato per avvicinarsi all’arte: “l’invisibile non è connaturato all’arte“.

Anzi, noi tutti siamo abituati ad usare i nostri occhi per esplorare il mondo dell’arte, dalle pitture rupestri dell’età della Pietra fino ai quadri di Picasso del XX secolo. Per questo motivo, abbiamo scelto di non presentare alcuna immagine all’interno di questo articolo, lasciando spazio all’immaginazione e tralasciando ogni pregiudizio, con la speranza che ciò possa aiutarci a vedere davvero.

Infatti, limite fondamentale dell’arte occidentale è la volontà di razionalizzare e disciplinare ciò che la mente umana può creare. Eppure chi è in grado realmente di guardare un’opera d’arte? Probabilmente la maggior parte di noi non ne è capace, nonostante la vista perfetta: per vedere veramente un’opera bisogna comprenderla in ogni singola parte e comprendere perché l’artista abbia deciso di rappresentare un dettaglio in un certo modo e non in un altro.

Bisogna comprendere il significato simbolico che ogni particolare assume, perfettamente chiaro all’artista, ma per noi a volte indecifrabile.

Tutti si sentono in dovere di giudicare un’opera e di dover intendere e capire  un’opera d’arte” ma nessuno comprende davvero ciò che sta guardando. Molti riescono a vedere solo ciò che conoscono, e si ha la tendenza ad apprezzare solo ciò che riconosciamo. Per “guardare bene” bisogna prima liberarsi da ogni pregiudizio, sgombrare la mente dalle categorie e comuni preconcetti che la società ci inculca in testa fin da bambini e presentarci spogli davanti all’opera che vogliamo ”vedere davvero”.

Per questo motivo non bisogna affidarsi ai propri occhi per indagare un’opera, ma spingersi oltre i propri limiti sensoriali.

L’autrice Francesca Alfano Miglietti, anche nota con lo pseudonimo di FAM, curatrice di mostre famosa in tutta la penisola oltre che critico e teorico d’arte che ha vinto nel 1990 il Premio Luigi Carlucci, nel 1992 fonda la rivista “Virus mutations” che recensisce gran parte della performance art internazionale. Ex docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e rinomata saggista, oggi vive a Milano dove insegna all’Accademia delle Belle Arti di Brera.

A perdita d’occhio” raccoglie una serie di appunti che analizzano l’arte concettuale del XX e XXI secolo, lasciando grande spazio a tutte le diverse possibili interpretazioni. Il lettore viene infatti invitato a ragionare, attraverso questo breve saggio, sui diversi significati che l’atto del ”guardare” può assumere, e lo contestualizza poi in diverse specifiche opere di alcuni artisti contemporanei.

Ciò che accomuna gli artisti di cui si parla nel libro è “una potente onnipotenza” che fa vedere quello che non c’è ma che si sente, coinvolge e attrae: i soggetti delle loro opere sono infatti concetti così potenti da essere percepiti anche senza il diretto uso dei cinque sensi.

I nostri sensi, infatti, benché siano l’unico strumento per accostarsi alla realtà, sono estremamente limitati, come anche affermato dalla filosofia platonica, che vede il mondo empirico come una mera copia del Mondo delle Idee.

Bisogna quindi superare questo limite cercando nella sfera dell’invisibile:

in|vi|sì|bi|le: agg., s.m., s.f. che sfugge alla percezione dei sensi perché escluso da qualsiasi configurazione materiale.

La domanda sorge a questo punto spontanea: come rappresentare l’invisibile in modo che le persone possano conoscerlo? Uno dei modi più evocativi è sicuramente il ricordo: legare a un gesto una storia che la carichi  di significato a tal punto da stravolgerne completamente il significato agli occhi dello spettatore.

Il vero compito di ogni artista infatti è di immettere in noi qualcosa che già c’era, ma che non siamo in grado di vedere da soli.

Nove sono gli artisti che vengono presentati nel libro: Fabio Mauri (Roma, 1926 – 2009), Tehching Hsieh (Taiwan, 1950), Gino De Dominicis (Ancona, 1947 – Roma, 1998), Jannis Kounellis (Pireo, 1936 – Roma, 2017), Félix Gonzaléz-Torres (Gumaro, Cuba, 1957- Miami, 1996), Oscar Muñoz (Popayan, Colombia, 1951), Claudio Parmiggiani (Luzzara, Italia, 1943), Roman Opalka (Abbeville-Saint-Lucien, Francia, 1931 – Roma, 2011) e On Kawara (Kariya, Giappone, 1932 – New York, 2014).

Tutti provengono da paesi e culture fra loro molto distanti e hanno alle spalle esperienze e formazione profondamente differenti, ma ciò che li accomuna è l’arte di rappresentare i sentimenti e le inquietudini dell’animo umano.

Per Fabio Mauri vedere è “rivedere”, cioè guardare attraverso uno sguardo diverso da quello comune; per De Dominicis è andare oltre la fisica e la biologia, creando nuove relazioni con l’energia, la materia e il cosmo.

Oscar Muñoz è invece testimone del “vedere diverso” che nasce dal disagio delle proprie origini in Colombia tra le case popolari dei contadini arrivati in città: nella serie “Inquilinatos” i muri divengono schermi per far emergere le ombre, le impronte digitali, le tracce degli umani. Poiché l’opera è la scia di qualcosa di vivo e non un’immagine egli sceglie il carbone: “un soggetto che è stato vivo poi essiccato, poi diventato fuliggine…”

Nelle opere di Kounellis  invece la realtà e la rappresentazione tendono a coincidere e il mondo reale a venire requisito dall’immaginario: “Kounellis dà possibilità all’invisibile di mostrarsi e la sua posizione è pericolosa, i soggetti i luoghi, gli esseri, gli elementi sono tutti stati sovvertiti, elementi primari, materie prime  gesti essenziali, Kounellis ha ridotto gli elementi all’essenzialità, il bianco e il nero, la luce e il buio,la stasi e il movimento, la vita e la morte, il suono e il silenzio…

Infine  vi è l’opera di Parmeggianiche nasce e vive  dentro l’ombra dell’arte, un modo di rivolgersi a un’assenza, pochè ogni opera nasce da un passaggio, un viaggio , un senso, una direzione..

E’ un saggio complesso quello di FAM, perché raccoglie il pensiero di artisti che hanno deciso di “guardare” oltre l’immagine, facendo della propria arte lo specchio degli interrogativi etici filosofici ed estetici della fine del Novecento. Ma è proprio per questo motivo che questo saggio risulta molto bello e profondo.

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