di Valentina Muzii

Il 4 novembre ricorre il consueto anniversario dall’alluvione di Firenze, ricordata soprattutto per gli ingenti danni arrecati al patrimonio artistico della città e dell’umanità intera.

Nonostante la tragicità dell’evento e le numerose opere d’arte irreparabilmente degradate, è opportuno sottolineare che, paradossalmente, l’evento ebbe il solo lato positivo di innescare e incentivare una nuova consapevolezza del patrimonio artistico. Costituì il motore di attenti studi, ricerche scientifiche, esperimenti tecnico pratici, dei quali ancora oggi beneficiamo.

Una rivoluzione nel mondo del restauro

Dall’alluvione di Firenze le opere d’arte furono viste finalmente diversamente. Ci fu un crescente studio sui materiali, sui degradi, sulle metodologie pratiche da attuare per la risoluzione delle più disparate problematiche operative. Tecnici e scienziati di tutto il mondo intervennero e diedero il loro contributo teorico o manuale. Tutti cercarono di giungere ad una soluzione che fosse eticamente ed esteticamente ai massimi livelli poiché il patrimonio artistico fiorentino, questo meritava.

L’alluvione di Firenze

L’alluvione, seppure con gravissime perdite artistiche, ha costituito il substrato per elaborare tecniche e metodologie di restauro impensabili fino a pochi anni prima. La calamità ha creato un’immensa casistica di beni da recuperare.  L’altrettanto vasta problematica conservativa ha fatto sì che venissero studiati e messi a punto metodi nuovi, con relativa adeguata formazione di tecnici restauratori.

L’alluvione di Firenze del 1966
Credits: @wikipedia.org

Molte pratiche manuali, tuttora utilizzate, videro la luce in quegli anni. Queste furono il frutto di quel turbine di studi attuati per salvare il prima possibile l’intero corpus di opere danneggiate. E’ indiscutibile limportanza di questo evento, per aver favorito la crescita delle conoscenze nel settore del restauro.

Se l’alluvione ha danneggiato molte opere d’arte, se non altro, ha garantito che altre venissero restaurate successivamente con principi decisamente più etici e con metodologie migliori, rispetto ai secoli passati. Nella metà del ‘900, i beni artistici erano valutati per lo più soltanto esteticamente, senza un reale valore storico ed etico. Non esisteva ancora un Ministero specifico, deputato alla tutela e valorizzazione dell’intero patrimonio nazionale.

Dal 1966 al 2020: il restauro moderno

A 50 anni dall’alluvione di Firenze, fortunatamente, il restauro non è stato più lo stesso. L’evento ha gettato le basi per un “restauro moderno”, fondato innanzitutto sul rispetto etico verso le opere d’arte. Si punta ad un’attenta selezione dei materiali da utilizzare e all’alta formazione a 360° dei tecnici restauratori.

Così una disastrosa circostanza, che avrebbe potuto infliggere un duro colpo al ruolo di Firenze come città d’arte, si è potuta trasformare in un elemento positivo di crescita e di sviluppo del suo ruolo, internazionalmente riconosciuto, di “capitale del restauro”.

Il quartiere di Santa Croce

Sebbene l’evento interessò tutta la città di Firenze, il quartiere di Santa Croce fu il più colpito dallo straripamento delle acque. Nei locali più bassi, la melma raggiunse i 4,30 m di altezza e dopo una stasi di circa 3 ore, cominciò lentamente a defluire. Le opere furono ricoperte di fango e nafta, proveniente dagli impianti di riscaldamento. Si è calcolato che, in relazione al flusso e deflusso delle acque, la parte inferiore dei dipinti rimase immersa per circa 12 ore, con irreparabili conseguenze.

Il quartiere di Santa Croce durante l’alluvione
Credits: @meteoweb.eu

In questa tragica vicenda occorre evidenziare il grande ruolo svolto da diversi personaggi. Questi hanno davvero scritto la storia del restauro a Firenze. Si tratta di coloro i quali si assunsero, sulle loro spalle, l’enormità del danno avvenuto e la responsabilità delle scelte da attuare.

Procacci e Baldini

Ugo Procacci e Umberto Baldini furono i protagonisti principali di queste ore convulse. Il primo, Soprintendente alle Belle Arti fiorentine, e il secondo, Direttore del Gabinetto Restauri della Soprintendenza, in tenuta d’ufficio e parzialmente immersi nell’acqua, portarono in salvo molte opere d’arte di inestimabile valore.  Riuscirono a gestire prontamente l’emergenza con grande forza, tenacia e capacità organizzativa.

In Piazza Duomo l’acqua era a quasi un metro e mezzo e anche in Piazza della Signoria la situazione era grave. Riuscii ad arrivare dentro gli Uffizi con l’acqua alla vita.

Negli Uffizi cercammo di portar via tutte le opere che potevano essere salvate, c’erano opere di Giotto, Tiepolo, Mantegna, Filippo Lippi. Riuscimmo anche ad elevare l’Incoronazione della Vergine del Botticelli, che non passava dalla porta per le sue dimensioni, in modo tale che le acque non la toccassero.”

“Pochi riuscirono a raggiungere la nostra maggiore Galleria in quella funesta mattina; ad essa già verso le 8:30, non era infatti più possibile accedere, essendo ormai tutto il piazzale allagato. Così ci trovammo, oramai isolati, tagliati fuori da ogni comunicazione anche telefonica, e i depositi di opere d’arte in attesa di restauro erano già stati completamente inondati”.

Gli angeli del fango e l’aiuto dall’estero

Passata l’emergenza e defluite le acque, squadre di restauratori e volontari (i cosiddetti “angeli del fango”) furono prontamente inviate nei musei e nelle chiese. Vennero prestati i primi soccorsi alle opere d’arte, cercando di proteggere provvisoriamente la superficie pittorica. L’obiettivo era quello di evitare un totale distacco della pittura. Le opere maggiormente compromesse furono i dipinti su tavola e le sculture lignee, per i quali il degrado fu doppio. Il dilavamento del film pittorico e rigonfiamento del legno portarono a conseguenti deformazioni e fratture.

Gli angeli del fango
Credits: @wikipedia.org

Un’importante e acuta decisione presa da Procacci e Baldini, fu quella di non inviare le opere nei vari laboratori esteri che si erano offerti di dare il proprio aiuto. La scelta fu dettata dalla volontà di garantire un’omogeneità d’intervento, di metodo e di controllo. Furono i restauratori e tecnici esteri a raggiungere Firenze per prestare il loro aiuto.

La necessità di un più stretto rapporto con il mondo scientifico, sino al 1966 piuttosto limitato, emerse con grande chiarezza. Da allora la collaborazione con l’Università e gli Istituti di ricerca divenne una pratica costante ed indispensabile per i laboratori di restauro. Questa portò a grandi innovazioni tecniche e all’elaborazione e sperimentazione di metodologie all’avanguardia, tuttora invidiateci da tutto il mondo.

Un intervento delicato

Nei giorni successivi all’alluvione di Firenze fu fondamentale per tutte le opere evitare brusche variazioni di umidità e temperatura. L’asciugatura dei dipinti doveva essere lenta, progressiva e controllata. Fu allestito un deposito presso la limonaia del giardino di Boboli, dotandolo di apparecchiature in grado di controllare l’umidità al fine di “accompagnare” le opere gradualmente nel loro processo di asciugatura.

La vittima più illustre

Crocifisso di Santa Croce, Cimabue
Credits: @wikipedia.org

Simbolo dell’alluvione, la “vittima più illustre” (così fu definita da Papa Paolo VI in visita alla città), fu considerato il Crocifisso di Cimabue, pregevole dipinto su tavola. L’opera, conservata all’interno della chiesa di Santa Croce, risulta come la più danneggiata dalla catastrofe. Restò immersa nell’acqua e l’umidità arrivò al 147%, causando la perdita del 70% della superficie pittorica. Un caso disperato, che si rivelò un successo tecnico: l’opera fu recuperata con metodologie innovative e in questa occasione nacque la tecnica di reintegrazione pittorica detta “astrazione cromatica”. Oggi il crocifisso si erge alla stessa altezza di 50 anni fa ma, è protetto da un congegno a carrucola che, nel caso di nuova esondazione, lo fa alzare fino al tetto, mettendolo in salvo.

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